Tempo

La porta che sbatte, le scale a due a due, il portone ed il vento freddo sul viso. Strisce pedonali di corsa, senza guardare né a destra né a sinistra. Un passo veloce, un bus che passa pigro, un’altra folata sul viso e le mani che lentamente si raffreddano. E’ corto il tragitto come il fiato, come i pensieri che si rincorrono. Un bar ed il calore ristoratore che esce sul marciapiede, un negozio chiuso, un portone e la ragazza con il cane che tutte le mattine incontro alle sei e un quarto. Chissà se anche lei si accorta che ci incontriamo tutte le mattine a quest’ora. Uno sguardo veloce ai suoi vestiti, la sciarpa verde, il cane arruffato e curioso. Bianconiglio è forse tardi anche per me? Ma non guardo l’orologio, so esattamente che ore siano. Ho dimenticato qualcosa mi ripeto ossessivamente, ho dimenticato qualcosa, ma ormai non importa. Rallento, quasi mi fermo, quasi mi viene in mente cosa ho dimenticato, ma nulla e allora riparto. Una macchina parcheggiata davanti ai cassonetti, una fontana da cui non esce acqua da tempo e il semaforo, quello inutile che serve solo a farti perdere tempo. Passo con il rosso, tanto non c’è nessuno. Un rumore improvviso, uno scatto istintivo è solo il solito stronzo che suona il clacson inutilmente la mattina presto, mi sono anche spaventata. Arrivo al lavoro presto come sempre, con il fiatone quasi fossi una eterna ritardataria, mi guardo intorno e non c’è nessuno. Ogni mattina corro al lavoro non perché sono in ritardo, ma per godermi la solitudine di una banchina deserta per qualche minuto.

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Lascio

Io nella vita lascio correre. Lascio correre quello che ha fretta di arrivare, forse perché non ama ciò da cui parte, lascio correre quello che si sente forte, perché non c’è niente di più temibile della debolezza. Lascio correre i miei pensieri senza sapere dove andranno, tanto sono loro a guidare. Lascio correre chi ha paura e scappa e sa che in fondo è da se stessi che si fugge. Io nella vita lascio correre e quando riesco lascio anche andare, perché tenere costa fatica e in fondo non è nella natura delle cose. Andare fin dove si riesce e non correre che poi ci si stanca presto e si dimentica di osservare. Correre verso qualcosa che non è detto debba venire verso di me non ha senso, è solo fatica sprecata in una direzione sbagliata. Lasciare è un buon accordo, io lascio e tu se vuoi prendi, tanto quello che ho mi basta, quello che è in più è solo un peso da portare e sopportare. Io nella vita lascio correre ma se vuoi accostati e lasciamo insieme.

Giovedi’

E’ la terza mattina di seguito che è la terza mattina di seguito e sono sicura ce ne saranno altre. E’ il terzo caffè di seguito che brucio e che bevo disgustata ed ho la certezza che ce ne saranno altri bruciati. Preparo l’ennesima sigaretta, fatta male e di corsa, e mi preparo a quello a cui non sono mai abbastanza preparata da quarant’anni a questa parte, quarantaquattro per l’esattezza. Un giovedì a caso di un mese qualunque si accende e mi aspetta e non è educato far aspettare qualcuno. Scendo le scale veloce, mai prendere l’ascensore quando si ha un appuntamento con il giovedì, potrebbe bloccarsi e farti incontrare un venerdì e non è proprio la stessa cosa. Apro il portone e siamo io ed il mio giovedì mattina appena stirato e profumato. Come due sconosciuti ci avviamo verso un bar qualunque per un caffè, che sia buono almeno questo, offro io come sempre. Un’altra sigaretta per me dato che lui non fuma, si dice che la domenica fumi la pipa, ma è solo una voce forse. Ci si avvia insieme al lavoro raccontandoci cose che forse solo un sabato sera poco sobrio dovrebbe sentire. Ridiamo silenziosamente e ci raccontiamo, lui ha un’ottimo senso dell’umorismo e lo sa e quindi gioca con me e mi mette alla prova, forse non sa che sono riuscita a far ridere di me anche il lunedì, notoriamente dotato di pessimo senso dell’umorismo. Le macchine ci scorrono accanto precipitandosi in luoghi che hanno fretta di essere popolati. I nostri corpi sono vicini, si sfiorano, quasi io e il giovedì fossimo la stessa cosa. Mi confessa che sarebbe voluto nascere martedì ma è un giovedì ed ha dovuto adattarsi. Non capisco, anche io avrei voluto essere altro ma non lo confesso ad una persona che vedo solo una volta alla settimana. Ci vuole confidenza e lealtà per raccontare alcune cose, anche perchè spesso noi non le sappiamo finché non le diciamo, quasi che prendano vita una volta espresse. Quindi oggi ho un giovedì che sarebbe voluto essere un martedì, fingo comprensione ma non parlo. Dopo alcuni passi il giovedì rallenta e mi osserva serio. Ci fissiamo per qualche istante e poi capisco, cazzo oggi è mercoledì ed è tutto sbagliato di nuovo.

‘Appena possibile sarò’

‘Appena possibile sarò da lei’ ha detto distrattamente due ore e ventisette minuti fa. Sono qui che attendo, forse ho capito male, non è che ha detto ‘Appena credibile sarò da lei? Allora l’attesa sarebbe giustificata, non si può essere credibili in due ore e ventisette minuti, ci vuole più tempo, ci vuole anche molto impegno essendo la prima volta che ci vediamo. Attendo paziente e ripenso al suono di quella voce, e se avesse detto ‘Appena appetibile sarò da lei?’ L’appetibilità richiede una certa intesa, un interesse comune e anche dei gusti simili, nonché una certa fame che, dato il periodo, non manca mai. No, sono quasi sicura che abbia detto ‘Appena possibile sarò da lei’, ma il quasi è un’arma bianca affilata, taglia silenziosamente e recide all’improvviso. Due ore e ventisette minuti sono molte se si aspetta, molto poche se si desidera, sono niente se si vive. Forse dovrei rivedere il concetto di tempo applicato alle varie situazioni, perché tutto è così mutevole? Anche l’attesa nel tempo varia al variare di ciò che si aspetta. Aspetto, ho deciso di darle una possibilità e di credere in ciò che ha detto. ‘Appena fattibile sarò da lei’ potrebbe aver detto questo e allora, amica mia, stai facendo di tutto per me e l’attesa è solo un piccolo incidente di percorso che  non ostacolerà le nostre vite. Sono fatta al novanta per cento di dubbi e la memoria non mi aiuta, si diverte a scherzare con l’udito e a sovrapporre suoni e parole trasformandoli in una ragnatela in cui rimango impigliata. ‘Appena possibile’ ha detto e se non lo fosse mai? Forse è destino, alcune possibilità non rientrano nel nostro sebbene noi si faccia di tutto per includerle. ‘Sarò da lei’ da me? Come se ci conoscessimo un pochino, anche se ‘da lei’ suona un po’ formale, dovremmo conoscerci meglio signorina. Due ore e ventisette minuti sono troppe per un ‘appena’ un ‘possibile’ ed un ‘da lei’. Mi allontano e cerco un altro ristorante dove qualcuno sia da me in meno tempo e non mi inganni con suoni e parole ben confezionate, questo si che è possibile.

Confronti

Avrei voluto ma non l’ho fatto, avrei cercato anche ma non ho osato,
forse anche tu? Ma come mai? Non ci siamo capite bene quella volta o
abbiamo ecceduto con le parole, il mondo fa troppo rumore vero? Ho anche pensato ma poi, no non è il caso mi sono detta.
Io insicura? Chissà in un’altra vita sarei anche stata diversa.
Ho delineato curve e piegato rette che portavano da nessuna parte e
non volevano parallele accanto, forse ho ecceduto in effetti.
Tu credi? Non mi va di cambiare anche questo di me, vorrei fosse solo più semplice capirmi e meno farraginoso vivermi.
Anche tu? Vedi le cose a volte si somigliano ma non sono esattamente le
stesse, è questione di intenti, momenti, attimi che scivolano come acqua e lasciano le mani bagnate.
Tu credi nel futuro? No, lascia stare il passato che non è il caso adesso di rivangarlo, troppa terra si è depositata e troppe cose ci sono
cresciute sopra.
Non so cosa sarà, cosa è stato non posso definirlo certamente bello.
Si, intenso forse, ma futile non credi? Tu hai sempre una risposta, io
sempre una nuova domanda a cui non so rispondere e di cui non mi fido.
Troppe parole tra di noi.
No,tu sei quella che si nasconde tra le lettere, che aggiunge nuove
domande e porta le discussioni su piani inaspettati disorientandomi.
Ma va bene così guarda, tanto è solo passato, è tutto lontano da noi
adesso, mi sembra quasi di non sapere chi tu sia.
Non sorridere, cerca di capire, non nasconderti e non mentire.
Lo hai fatto e lo sai, e io ho finto di credere tanto mi andava bene lo
stesso.
Tranquilla senza rancore, il passato è lontano ed il futuro chissà dove, io continuo a sbagliare, lo so, ma smettila di giocare.
Forse scriverai ancora o forse mai, ma non mi importa quello che fai.
Lo pensi davvero? Non credo. Ora ho da fare, devo andare, ho un passato
da difendere ed una vita da amare.

 

 

 

 

Abbastanza

Non è mai abbastanza il sonno, il tempo, l'amore. 
Non è mai abbastanza il dolore, la paura, il silenzio. 
Non è mai abbastanza la notte, il colore, il coraggio.
Non è mai abbastanza il gioco, il rispetto, il piacere.
'Sono un po' più di due etti, che faccio lascio?'                        'Si, lasci che tanto non è mai abbastanza'

5

Ancora cinque minuti ed ho fatto, mi ripeto in continuazione ed i cinque minuti si sommano e diventano ore, giorni, anni. Maledetti cinque minuti, ingannevoli e spietati si appoggiano tra le parole e mentono senza che tu te ne accorga. Ancora cinque minuti ed esco, estate, autunno ed inverno è ancora non mi sono avvicinata alla porta di casa. Altri cinque minuti e torno da te e passano gli anni senza che qualcuno mi avvisi. Cinque minuti e non sei, otto o dodici è questo il problema, che cinque sono perfetti per mentire e mentirsi. Cinque di tutto e crolla il mondo, cinque gocce di lexotan ed i cinque minuti si dilatano diventando un’eternità da cui uscirò soddisfatta ed illusa che il tempo mi sia bastato. Le cinque terre, sono anni che mi ripeto ‘ci andrò’, ma siccome sono cinque non le vedrò mai. ‘Dammi il cinque’ e puntualmente non prendo la mano e schiaffeggio goffamente l’aria. Il cinque maggio di Manzoni, l’ho studiata per giorni, unico risultato le prime cinque righe e basta e cinque il voto che presi a scuola. I cinque sensi che non bastano mai perché c’è sempre qualcosa che sfugge. Cinque sono le volte che ripeto ogni mattina adesso mi alzo e faccio sempre tardi. Datemi due minuti allora, che cinque sono troppo pochi.