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Il colloquio di lavoro

‘Buongiorno, mi chiamo Agnese’
Questo potrebbe essere un incipit ideale per il mio colloquio di lavoro, una frase semplice, diretta e che non lasci trasparire nulla di più di quello che vedono.
Poi porgerei la copia del mio curriculum e aspetterei di leggere negli occhi di quell’uomo la prima impressione che ,come si sa, è quella che conta.
Cosa potrei mettermi per la prima impressione che poi agevoli l’arrivo di una seconda impressione e mi permetta di giungere ad una terza e definitiva impressione data dalla somma della prima superficiale e seconda un pò più magnanima impressione?
Jeans e camicia: darebbero al mio corpo e alla mia psiche la comodità giusta, quella che consentirebbe di sentirmi a mio agio anche in una situazione di evidente disagio. Da scartare però, troppo informale per un incontro ipocritamente formale.
Completo gessato nero: slancerebbe la mia figura e mi darebbe un tono in una situazione che potrebbe avere ben poco di intonato e suonare invece come un stonatura continua. Da scartare perché troppo banale e scontato e di scontato a parte la situazione non ci dovrebbe essere altro.
Gonna e maglioncino: mi farebbero sembrare quella che non sono e la cosa potrebbe essere un enorme vantaggio, una comoda maschera da indossare al momento giusto, ma anche le maschere devono essere supportate da un ottimo attore e io non so neppure ridere per forza. Da scartare anche questo.
Potrei prendere due capi e creare la mise perfetta, che mi renda gradevole ma non eccessiva, donna ma non puttana.
Potrei partire dai dettagli e poi salire e completare l’edificio che come si sa, deve avere solide fondamenta.
Le fondamenta allora:
Reggiseno: dato che madre natura ha deciso di dotarmi di quello che dovrebbe essere un seno, ma che in realtà si avvicina più ad un’appendice, devo scegliere un reggiseno che alzi ciò che la forza di gravità si ostina a spingere giù. Un reggiseno che non faccia del mio seno un sotto mento , ma che crei quelle morbide curve su cui gli occhi e i pensieri di un uomo si possano soffermare e fantasticare per qualche secondo. Ce l’ho.
Camicia bianca: semplice, avvitata, capace di nascondere senza coprire perché agli uomini piace immaginare quello che già sanno esserci, come se lì sotto ci fosse l’entrata per il paradiso, invece che la solita porta a cui devono bussare.
La camicia deve essere bianca, come la purezza che si suppone sia una qualità fondamentale in una donna, come se l’essere impure non piaccia e renda più interessanti. Meglio essere lattee e primordiali così da risvegliare il sopito Adamo che si cela dietro ogni uomo. Ce l’ho
Un pantalone nero: che si appoggi ai fianchi ma non li fasci eccessivamente, lasciando intendere la sostanza ma non l’abbondanza. Bisogna essere misurate anche nelle forme.
Il pantalone nero è indice di serietà e raziocinio, le donne troppo serie o troppo spiritose non vanno mai bene, dobbiamo sempre dondolare su un filo e toccare delicatamente l’ironia della sorte e la durezza della vita, ma senza prenderle tra le mani. Ce l’ho.
Scarpe: basse mai. Rendono terreno ciò che deve essere paradisiaco e allora tacchi che mi avvicinino al creatore, ma non troppo alti che anche il creatore potrebbe infastidirsi. Ce l’ho
Un profumo: non troppo dolce perché poi riempie le narici e non lascia spazio, né troppo acre che graffi la gola e faccia tossire. La giusta miscela che faccia sentire l’aroma della pelle innalzandola di qualche tono magari muschiato, aiutando ad inserire la donna in quel campo di fiori in cui l’uomo correva quando aveva cinque anni. Ce l’ho.
Accessori: un anello, ma uno solo e che non sia una fede, sposata non va mai bene, tarpa le ali del desiderio e rende complicato il tradimento. Ce l’ho
Orecchini, piccoli ma non troppo, che giochino con i capelli ma che non si nascondano tra di essi. Ce l’ho
Una collana che si poggi delicata sulle scapole, rendendo l’esattezza della geometra ossea meno rigida e dura e consentendo al collo di innalzare il viso a corona del corpo. Ce l’ho.
Un cappotto grigio: che confezioni il tutto e lo tenga segreto fino al momento dell’apertura. Deve essere come il sipario di un teatro, nascondere lo spettacolo a chi attende e poi aprirsi all’improvviso lasciando lo spettatore senza parole. Ce l’ho.
‘Buongiorno mi chiamo Agnese’
Questo sarebbe l’incipit ideale ed avrei la mise giusta per questo colloquio di lavoro.
Quell’uomo mi guarderebbe avrebbe un’ottima prima impressione che agevolerà la seconda impressione e porterà ad un’ottima terza impressione.
Comincio a vestirmi, mi guardo allo specchio e mi sorrido perché almeno nell’intimità possiamo amarci per quello che siamo veramente.
Indosso il reggiseno e sento il mio umore adagiarsi felice sulle rotondità del mio seno.
Camicia bianca, nivea al punto da farmi sentire la cima di un monte insormontabile.
Pantalone nero, che si appoggia leggero sui miei fianchi concedendomi un momento di piacere al contatto con le gambe.
Scarpe con il tacco, scarpe con il tacco, dove ho messo le scarpe con il tacco?
Scatole, mille statole di scarpe basse: da ginnastica, ballerine, crocoks, ciabatte pelose, infradito consumate. Le scarpe con il tacco, dove ho messo le scarpe con il tacco?
Comincio a sudare, mentre apro stupide statole di scarpe inutili, la camicia si bagna sotto le ascelle, i pantaloni si riempiono di polvere di inutili scarpe senza tacco.
I tacchi, devo indossare i tacchi
‘Agnese dove pensi di andare con quei tacchi?’ Dice mia madre guardandomi
‘Alla festa di Giorgia’ rispondo
‘Mia figlia non veste come una prostituta, togli quelle scarpe’
‘Ma mamma’
‘Vatti a cambiare altrimenti non esci di casa’
Sbatto la porta della mia camera, lancio le scarpe con i tacchi contro il muro e piango.
Mia madre pensa io vesta come una prostituta, ma ho solo sedici anni e devo solo andare ad una festa.
Che cos’hanno di sbagliato i tacchi? Perché non posso essere come le altre ragazze? Perché mia madre è così stronza? Io non voglio questa madre.
Piango perché non posso andare alla festa con i tacchi, piango perché odio mia madre e tutte quelle persone che pensano che una ragazza con i tacchi sia una prostituta.
Piango perché non trovo le scarpe con i tacchi per il mio colloquio, le scarpe adatte alla mia camicia bianca, pantaloni neri orecchini piccoli, collana d’oro, profumo che faccia sentire l’aroma della pelle e il cappotto che chiuda il tutto come un pacco regalo.
‘Buongiorno mi chiamo Agnese, e non ho potuto indossare la mise giusta perché non trovo le scarpe con il tacco, quelle stesse scarpe che mi fecero sembrare una prostituta agli occhi di mia madre quando avevo sedici anni, ma che ho sempre indossato con piacere e che mi fanno sembrare proprio la persona giusta per questo lavoro. Questo è il mio curriculum e questa in jeans, maglietta e scarpe da ginnastica sono proprio io e non voglio mentirvi indossando le mie amate scarpe con il tacco che non trovo da nessuna parte’
‘Signorina, non si preoccupi, la capisco , anch’io amo le scarpe con il tacco, ma non le indosso mai sul lavoro, sa noi donne rischiamo sempre di dare l’impressione sbagliata’

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Propaganda

‘Guardi io sono arrivata qui, ma penso di essere nel posto sbagliato’
‘E perché lo pensa?’
‘Mi baso su tutto quello che ho sentito dire e letto sull’argomento’
‘Signorina, ma quella è propaganda’
‘Quindi non c’era nulla di vero?’
‘No, quelle sono cose che la gente dice, ma non sono vere’
‘Mi scusi, cos’è vero allora?’
‘Quello che vede’
‘Ma io adesso vedo solo lei’
‘Ecco, ad esempio, io sono vero’
‘No, guardi io continuo a non capire. Lei mi parla di propaganda, ma da dove vengo io quella che lei chiama propaganda ha fatto morire un sacco di gente’
‘Addirittura?’
‘Sì, abbiamo avuto anni bui, poi anni in cui sembrava ci fosse luce, ma era solo un abbaglio e poi ancora buio. Sono andata via proprio quando sembrava che qualcuno avesse acceso una luce’
‘Sembrava signorina, sembrava.’
‘Quindi lei sa da dove vengo’
‘No, io so che in ogni luogo sembra che le cose migliorino e poi inevitabilmente peggiorano’
‘Allora è così ovunque. Non esiste un bene, ma solo un male minore’
‘Ovunque è un parolone, nella maggior parte dei luoghi. Il bene esiste, ma è difficile da capire’
‘Mi sta dicendo che siamo stupidi?’
‘Le sto dicendo che non riuscite a distinguere’
‘Guardi, io so distinguere benissimo’
‘Non si offenda signorina, ma lei non sa distinguere’
‘Non mi offendo, ma non le credo’
‘Le faccio un esempio:
Ha creduto che la propaganda fosse la verità.
‘Ma scusi, come potevo sapere che non fosse vero?’
‘Infatti, lei non poteva saperlo, perché non è in grado di distinguere’
‘Quindi dove ho sbagliato?’
‘Ma non è questione di sbagli. Avete questo modo di affrontare le cose che rendono tutto più complicato’
‘Non so distinguere e allora cosa avrei dovuto fare’
‘Niente, lei non avrebbe dovuto fare niente di diverso da quello che ha fatto’
‘Ma ora sono qui, quindi ho fatto bene?’
‘Tutti siete qui’
‘Come tutti?’
‘Si, tutti’
‘Allora niente buoni e cattivi?’
‘Buono rispetto a cosa? Cattivo rispetto a cosa?’
‘Ai vostri precetti’
‘Propaganda signorina, lei confonde ancora’
‘Scusi Pietro, ma io a questo punto alzo le mani’
‘La capisco, comunque può entrare se vuole’
‘Guardi, a questo punto le farei una domanda’
‘Mi dica pure’
‘Se non volessi entrare in Paradiso, ci sarebbe altro da fare da queste parti?’
‘Mah in effetti avremmo bisogno di qualcuno che ogni tanto scenda e faccia un pò di chiarezza’
‘In che cosa consiste’
‘Niente, lei va in alcuni posti, osserva come si comportano e poi viene qui e ci spiega perché si comoportano così’
‘Va bene, vorrei fare questo’
‘Però l’avviso non può intervenire se non in casi estremi’
‘Quale tipo di intervento è previsto’
‘Si va dalle elezioni anticipate, alle malattie incurabili, fino alle guerre nucleari’
‘Senta Pietro, una curiosità’
‘Mi dica’
‘Se non sono indiscreta, ma chi sono quelli che già stanno intervenendo?’
‘Abbiamo ex dittatori, qualche imperatore, un paio di mafiosi’
‘Guardi Pietro, penso che abbiate assunto le persone sbagliate’
‘Per noi siete tutti uguali’
‘Questo è il problema’
‘Allora signorina cosa fa? Entra?’
‘Chi incontrerò?’
‘Non lo so questo, io non vivo lì dentro’
‘E se mi sedessi qui accanto a lei e osservassi in silenzio?’
‘Perché vorrebbe fare una cosa del genere?’
‘Perché vorrei imparare a distinguere’
‘Lei pensa che potrebbe servirle?’
‘Io penso che almeno potrei rivedere la mia vita con un altro occhio’
‘Faccia come vuole, ma le ricordo che è vietato intervenire ai colloqui’
‘Posso almeno fumare’
‘Si, tanto è già morta’

 

Serve sempre

Serve sempre, finché non serve più e si butta via. E allora buttiamo cose, sentimenti, ricordi e persone, sì buttiamo anche le persone. Poi diciamo che non le abbiamo buttate, ma:
‘Che potevo fare è colpa delle situazioni, del mercato, del fruttivendolo. Lei non sa quanto costino le zucchine oggi’
‘Più di una persona mi creda’.
Buttiamo via quello che non riusciamo a capire, che lo sforzo non ci va di farlo e il tempo è denaro, ma che poi non è proprio denaro ma sono ore, giorni, anni che scambiamo per moneta che serve a comprare cose indispensabili, ma non ci crede più nessuno al tempo.
‘Che avrebbe un paio di ore da vendermi che ho finito il tempo e i soldi li ho lasciati in banca e non ricordo il pin?’
‘Se accetta due euro, glieli regalo’
Buttiamo via e non ci pensiamo più perché andare avanti è l’unica soluzione, che poi questo avanti ci porti in un posto in cui non vorremmo realmente stare, non ci abbiamo mai pensato.
Avanti popolo e tutti dietro a spingere per stare in prima fila e vedere meglio un popolo che muore per colpa del popolo che vuole stare avanti in prima fila per vedere un popolo che muore.
Forza non ti abbattere che domani è un altro giorno e il tempo è ancora denaro, ma fino a quando lo sarà non te lo dicono perché poi cominci a pensare che questo denaro
‘Che cazzo ci faccio con il denaro quando quello che voglio in realtà non si può comprare?’
‘Tu mettilo via e spendilo bene, che non si sa mai la morte si paghi più cara, perché la crisi si sa, colpisce anche la morte’
Serve e non serve pensare che non ti serva, il denaro è l’unico motore e gli ingranaggi vanno oliati bene altrimenti non funziona.
Un euro qua, uno là per farlo andare avanti e travolgere tutto quello che si frappone. Non ti mettere mai in mezzo tra il denaro e chi lo possiede, sei spendibile o meno e spesso il tuo valore è inferiore a quello di una zucchina al mercato.

Babbo Natale, sei licenziato

Caro Babbo Natale, eccoci di nuovo, io e te e questa lettera che chissà dove va a finire ogni anno. Sicuro di avermi dato l’indirizzo giusto? Potresti anche rispondere qualche volta, che ne so, ‘un grazie’, ‘ricevuto’, ‘ti farò sapere’. Niente. Lo so che ne ricevi molte, ma non ci sono gli elfi a darti una mano? O forse hai dovuto fare dei tagli al budget? Non mi dire che assumi manodopera estera per tagliare i costi?
Va bene, la fabbrica è tua e la gestisci come vuoi, non vorrei essere eccessiva almeno per quest’anno, ma calcola che le voci girano ed è un attimo poi che la gente non si rivolga più a te ma si butti sulla Befana, che per quanto brutta e scalcinata fa sempre la sua porca figura. Lei non vuole lettere, porta sempre qualcosa di buono e al massimo ti molla un pezzetto di carbone che è ben poca cosa credimi.
Ma torniamo a noi. Ti ho chiesto tante cose negli anni e diciamo che a grandi linee hai fatto il tuo dovere portandomi sempre qualcosa che non volevo, ma che alla fine ho preso perché si sa, accontentarsi è una parte importante nell’educazione di una bambina.
Quest’anno ho deciso di scriverti in anticipo per chiederti di lasciare stare, non vorrei nulla. La mia lettera è per chiederti di portarmi niente. Ti licenzio. Io credo che il tuo lavoro con me possa concludersi qui. Sono stanca di credere, di aspettare e poi capire che le cose non sono mai come vorremmo che fossero.
Certo, anche la vita è fatta così, non te ne sto facendo una colpa, ma dato che ho questo contenzioso anche con la vita, vorrei ridurre il numero dei detrattori e facilitarmela un pochino. Sei libero di andare per tetti e finalmente saltare il mio, che tanto non ho neppure un camino e lasciarti la porta di casa aperta ogni anno, mi faceva passare la notte insonne perché si sa, se non è babbo natale sono i ladri.
Non ti preoccupare per il tfr, te lo darò non appena ne avrò occasione. Chiudiamo il nostro rapporto così, cordialmente e in serenità, come si addice a due adulti che sanno di non essersi mai stati troppo simpatici, ma che per forza di cose hanno dovuto collaborare.
Vorrei aggiungere un’ultima cosa. Non voglio tu ti senta in colpa, hai fatto il tuo lavoro e forse con altre bambine lo hai fatto al meglio, ma con me le cose sono state diverse, io sono diversa, complessa e forse ho un problema con le aspettative che puntualmente mi si schiantano ai piedi. Faccio ammenda e ti assolvo da qualsiasi colpa, però vorrei che adesso che non siamo più datore di lavoro e dipendente tu sapessi almeno una cosa che ho sempre desiderato e che non mi hai mai più portato. Ricordi quando avevo cinque anni e ti amavo e aspettavo sveglia tutta la notte che tu arrivassi. Ricordi che eravamo in tanti dentro casa di zia e che noi bambine ci nascondevamo per aspettarti nonostante i grandi ci dicessero di andare a dormire? Ricordi le risate, i colori, i profumi e quell’albero meraviglioso che per quanto era grande non mi entrava negli occhi? Ricordi il pendolo di nonno che suonava a mezzanotte e che a noi bambine ci metteva sempre paura? Ricordi i nonni, le zie, papà?
Ecco, questo è quello che vorrei ogni maledetto Natale e che so non mi porterai. Io rivorrei quel Natale, non un altro, non quello di quest’anno o quello dell’anno scorso, io rivoglio quello ancora una volta, almeno un’altra volta So anche che non dipende da te, ma da qualcosa con cui dovrò fare pace prima o poi, ma ho anche un contenzioso con la pace, con la morte, con il passato e quindi cerca di capirmi e non te la prendere per questo licenziamento. Lo sto facendo per entrambi. Non combatterò il Natale, lo lascerò passare e farò finta che sia una giornata da dedicare al ricordo di qualcosa che è stato e non potrà più essere, ma non chiedermi di amare qualcosa che ho amato è che non è più.
Distinti saluti
Elena Carrara

Caro Socrate

Francamente io non capisco. Anni di studio buttati sui libri per assimilare cose che ‘ da grande vedrai che poi ti serviranno’ e l’unica cosa che mi veine in mente ogni mattina è
‘Socrate, per favore passami la cicuta’
Ci avete ingannati tutti. Ci avete riempito la testa di ideali, teoremi, esattezze matematiche, poesie indimenticabili e poi? Appena usciti da scuola il caos. Niente, niente di tutto quello che abbiamo imparato esiste nella realtà e voi lo sapevate.
L’amore ad esempio. Anni dietro a quei coglioni di Dante e Beatrice o Renzo e Lucia e nessuno che ci abbia insegnato cosa sia realmente l’amore.
Io capisco le basi, ma qui si doveva crescere una donna contemporanea e non una del basso medioevo o dell’ottocento.
Esci da scuola e pensi agli abbracci, ai baci e alle frasi d’amore indimenticabili e mentre tutto questo ti agita l’animo hai più mani sulle tette che capelli sulla testa e allora
‘amor c’ha nullo amato amar perdona’ un cazzo.
Fanculo Dante, che a Beatrice non l’ha neanche mai sfiorata e pure Renzo, che invece con Lucia ha fatto roba, ma Manzoni era uno stronzo e non ce l’ha mai raccontato.
La logica poi? Usciamo dalle scuole ancora incartati e capaci di calcolare
‘La tangente ad un punto che tende ad infinito e che si sposterà in maniera regolare nonostante il vettore di disturbo che piega il piano assiale dove giace esanime X’, e ci troviamo di fronte ad un branco di bestie che l’unico numero che capiscono è quello della fila al banco degli affettati e provano pure a fregarti.
A partire da Pitagora, fino ad arrivare ai matematici contemporanei vi dico fermatevi, tanto non serve a un cazzo.
Avrete frotte di studenti che vi ameranno come Dei fino a quando le porte delle scuole non si chiuderanno alle loro spalle e poi dimenticheranno tutto perché nella realtà, la logica non esiste.
La storia? Appena usciti da scuola la sappiamo tutta, dal primo batterio vivente passando per fondazioni di imperi, guerre, periodi bui e poi ancora più bui fino alla luce, per poi scendere all’inferno delle guerre moderne che sembrano litigi a confronto di quelle mondiali e della docce dove l’unica pulizia che si voleva era quella etnica, fino ad arrivare ai giorni nostri, che non sembrano i miei ma quelli di qualcun altro, perché mi fanno schifo e io le cose che mi fanno schifo non le voglio.
‘Bisogna imparare dalla storia per evitare di compiere gli stressi errori’ e allora qui sono stati tutti rimandati o hanno pagato per superare l’esame di storia perché non si spiega come si possa tornare indietro dopo millenni e sentire cose che sembrano venire da bocche di uomini ormai morti da tempo. E allora ti dicono che è colpa della paura, ma paura di cosa non lo dice nessuno. Siamo noi, sempre gli stessi esseri umani che cercano di evolversi con poco successo e la paura fa parte della gamma di sentimenti che dobbiamo accettare. L’essere umano ha paura e per ovviarla cosa fa? Torna indietro nel tempo? E allora se proprio devo scegliere un secolo passato io tornerei al pleistocene dove l’homo era erectus perché aveva imparato a camminare sulle gambe e non perché era eccitato.
Socrate, per favore passami la cicuta, perché di tutte le parole spese per conoscersi, di tutte le cose fatte per migliorarsi e di tutto il buono che c’era in me e che non so più dove sia finito, sembra non essere rimasto nulla e benché mi avessero mentito fin dall’inizio, ora so, anche se so di non sapere nulla.

Torto o ragione

Avete ragione voi, quando urlate quello che vi fa paura e non vi accorgete di avere gli occhi chiusi e di non riuscire a vedere.
Avete ragione, quando pensate che tanto non fa male a nessuno e poi a qualcuno fa sempre un po’ male
Avete ragione voi, quando mi guardate e non capite, non capisco neanche io, non vi preoccupate.
Avete ragione voi,  quando scegliete il male minore, che poi cresce è diventa un mostro ingestibile, ma prima era il male minore.
Avete ragione voi, quando pensate che il modo migliore sia quello che si è sempre applicato, tanto cambiare non serve mai a nulla.
Avete ragione voi, quando abbracciate idee che non avete capito, ma fa comodo che qualcun altro le pensi per voi e vi lasci in pace finalmente.
Avete ragione voi, quando decidete per gli altri che tanto sono diversi e non possono avere gli stessi diritti, che stiamo scherzando.
Avete ragione voi, quando vi urlate l’amore e poi non sapete in realtà se quello che provate sia amore o meno, ma alla tv è così e allora anche noi.
Avete ragione voi, quando mi vomitate i vostri problemi e io non riesco a trovare una soluzione, mi dovete scusare ma sono persa nei miei
Avete ragione voi, quando dite che sembro arrabbiata, un po’ lo sono, ma è una cosa così personale che vorrei non spiegare.
Avete ragione voi, io non ho mai ragione ed è per questo che vi lascio passare. Non vincere stavolta è il risultato migliore.

Le parole con la P

Le parole con la P sono preziose, sanno dire e non dire, fendere e aspettare.
Le parole con la P puntano dirette all’obiettivo con perseveranza e lo centrano precisamente.
Di queste parole ce ne sono alcune che preferisco, altre invece fanno solo male.
‘Piangere’ è quella che evito per non far vedere al mondo che sono fatta come tutti quanti.
‘Piangere’ la temo quasi fosse un nemico, ma in fondo so che è una di quelle parole a cui non so rinunciare.
‘Perché’ è quella più usata, all’inizio o alla fine di una frase, a volte anche in mezzo.
‘Perché’ è una parola amica che unisce e semplifica a volte, a meno che non nasconda. Dietro a una domanda a volte ci sono cose che dovrebbero rimanere ignote.
‘Perché’ è il centro, il perno attorno al quale sembra girare il mondo. Non è la risposta il punto a cui si tende, ma è la domanda la cosa più importante.
Ho imparato a domandarmi più che a domandare, colleziono Perché dentro a cassetti, scatole e pagine che chiudo in attesa di avere un Perché migliore.
‘Pazienza’ è una parola difficile, ci vuole forza per pronunciarla.
‘Pazienza’ è quel sogno a cui devi rinunciare, quell’attesa in cui ti ritrovi a pensare cosa non abbia funzionato.
Pazienza’ è una parola definitiva, che chiude il capitolo di un libro che volevi assolutamente finire.
‘Pazienza’ e ti ritrovi a ricominciare di nuovo una strada che volevi dimenticare.
‘Pazienza’ la porto ovunque io vada, non si sa mai, mi potrebbe servire.
‘Pagare’ è una parola che fa veramente male.
‘Pagare’ è distruttiva. Non sono i soldi il vero scambio, quanto i valori, le speranze e i desideri. Ma a chi importa quello che perdi, l’importante è che tu abbia qualcosa da scambiare. Devi pagare non ci sono vie di mezzo, devi dare qualcosa a qualcuno e anche in fretta altrimenti non ti accettiamo.
‘Pagare’ non è umano, eppure sembra sia l’unico modo per sopravvivere
Pago con le mie speranze che lascio nella mani di qualcuno ogni giorno, pago con la rabbia che non fa altro che male e pago con ogni sorriso che non riesco a fare.
Pago ma a nessuno sembra importare.
Padre è la più importante, quelle che alla fine devi lasciare andare perché è la vita.
Padre è l’inizio di un viaggio insieme, lungo ora so esattamente quanto e che è finito.
Padre è una parola che tengo tra i denti perché non scivoli mai via, che ripeto la notte perché mi aiuti a ricordare quello che ho condiviso con chi è dovuto andare via di fretta.
Padre, piangere, perché, pagare, pazienza sono queste le mie parole con la P.