Mese: gennaio 2017

Non ho paura

Io non ho paura di non essere felice, ho abbastanza forza per continuare a credere che la felicità sia dove ancora non ho cercato. Non sento il peso del tempo che passa anche se il mio corpo continua a ricordarmi che non sono più quella di una volta, ma poi arriviamo ad un accordo in cui io fingo di non vedere e lui cerca di non farmi sentire troppo. Non credo alle voci che urlano, alle parole che volano, ai presidenti che si insediano con sorrisi  stentati, alle idee giuste che crollano dopo tanta fatica per farle affermare. Io non ho paura, cammino e penso al mio piccolo domani in cui farò quello che ritengo giusto e cercherò di correggere ogni inevitabile errore. Sbagliare è nel nostro DNA , ma anche accettare e correggere l’errore fa parte di noi, anche se sembra tutti lo abbiano dimenticato. Non c’è vergogna nell’errore, ma ce n’è fin troppa nel fingere di non vedere. Non siamo così umani come vogliono farci credere, siamo l’esperimento fallito di uno scienziato mediocre.

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Umani resti

La terra non è fredda come dicono, adesso che la sento lungo tutto il corpo capisco che fredda non è l’aggettivo giusto. La terra è morbida, penetrante e pizzica. La sento che mi formicola intorno, quasi avesse vita propria. La terra si muove lungo il mio corpo immobile e non è muta, ha un suono.
Minuscole zolle si spostano franando una sull’altra e creano dei suoni quasi impercettibili, come di ovatta strappata.
Sono qui disteso da giorni ormai e continuo ad aspettare che qualcuno mi trovi. Eppure qualcuno si dovrebbe essere accorto che manco.
Avete mai avuto la sensazione che il vostro corpo sia diverso da come lo avete sempre pensato? Io ve lo posso confermare. Il mio corpo si sta decomponendo e non riesco neppure a vederlo. Sono immobile in questo campo di mais e sento la trasformazione.
Sentire è una parola sottovalutata, è vedere quella su cui basiamo la nostra esistenza e quando non vedi non sei abituato a credere. Ma io sento con forza questa trasformazione e nella mia immobilità ho dovuto credere.
Il corpo è la somma dei gesti, delle sensazioni e dei movimenti.
Le mani.
Le mie mani sono la prima cosa a cui penso. Le sento distanti, immobili, vittime di una staticità innaturale. Le mani sono la parte del corpo a cui sono più legato. Sono loro che hanno stretto il corpo di Joan la prima volta che l’ho tirata a me e l’ho baciata con forza, con il desiderio che ormai incontrollabile batteva dentro facendomi male. Le mani hanno toccato quella pelle bianca, ritrosa eppure così vibrante. Le hanno sfilato la maglia e hanno preso i seni sfiorandoli delicatamente come petali di una margherita. Poi sono scese veloci fino alla sorgente e si sono dissetate.
Joan è precipitata ed io con lei. Le mie mani mi hanno guidato lungo le strade di quel corpo, me lo hanno fatto conoscere, prendere e possedere.
Il possesso è delle mani e adesso che sono immobili io sto perdendo ogni cosa.
Le mie mani con il tempo hanno imparato ad abbattersi sul viso di Joan quando discutevamo. Non hanno mai esitato, hanno urlato la loro forza e si sono opposte, hanno lottato per affermare ogni mio pensiero. Hanno afferrato Joan e l’hanno spinta a terra perché non potevo permetterle di dire quelle cose su di me.
Sempre fedeli queste mani, sempre attente a stabilire l’ordine quando il caos si è avvicinato. Pronte a difendere questo mio corpo.
Il petto.
Il mio petto non alterna più vuoto e pieno, adesso è statico e si gonfia lentamente riempiendosi di umori.
E’ su questo petto che Joan pianse quando le chiesi di sposarmi. Le diedi l’anello e promisi di amarla per sempre, ma per sempre è solo una parola vuota che non definisce un tempo, riempie uno spazio lasciando molte vie di fuga.
Per sempre le dissi sull’altare e dopo pochi mesi ero in un altro letto con una ragazza conosciuta per caso. Non pensai assolutamente a Joan, ma al mio corpo che desiderava quella donna conosciuta in un bar. Su questo petto si scagliarono i pugni di Joan quando seppe che l’avevo tradita, le sue mani mi afferrarono il collo e tentarono di soffocarmi, ma una donna minuta come lei non poteva certo fare del male a me che sono alto e robusto. La allontanai con disprezzo, non voleva capire le mie esigenze di uomo e continuai a frequentare anche l’altra donna.
Le cose tra me e Joan cambiarono, mi fissava piena di rabbia, i lividi che portava addosso, frutto dei suoi maldestri tentativi di ferirmi la facevano sembrare un buffo uccellino colorato
Gli occhi.
I miei occhi non ci sono più, sento il buio delle cavità orbitali. Erano liquidi e il sole di queste giornate di maggio li ha asciugati. Non vedo da tempo e mi sto abituando a questo buio.
Si dice che quando si sta per morire tutta la vita ti passi davanti, a me non è passato nulla davanti. Ho sentito con lucidità il mio corpo allentarsi e poi lasciarsi andare.
L’ultima immagine che ho visto è stata la mano di Joan sporca del mio sangue. Ho visto quel coltello affondare nel mio stomaco. Ho fissato quella mano dura che lo spingeva con rabbia e poi ho cercato gli occhi di Joan, ma lei non guardava me, lei era in quel coltello e nella mia carne aperta.
Hai vinto Joan, hai preso un coltello ed hai finalmente vinto. Nessuna altra discussione, nessuno schiaffo o pugno sul tuo viso, il coltello ha tagliato quello che non riuscivi a fermare. Netto, lucente nella sua lama ben affilata ha dato una fine a quello che non volevi più.
Non so se ho provato dolore, è stato troppo improvviso e veloce quello che è successo. Mi sono stupito, si l’aggettivo giusto è stupito. Joan, la placida Joan che mi uccide. La donna che non riusciva neppure a darmi uno schiaffo nei momenti di rabbia e che piangeva silenziosa in un angolo dopo che l’avevo percossa. Questa piccola donna ha avuto il coraggio di sfidare questo corpo e di terminarlo. Non si conosce mai abbastanza una persona, è vero.
La pelle.
La mia pelle continua a mandarmi scampoli di sensazioni. Eppure sono morto da tempo. Non so per quale motivo ma sento la terra che si muove, l’immobilità del mio corpo, il freddo della notte ed il calore quando il sole è alto. Sento anche quello che sta succedendo dentro al mio corpo. Ogni organo è fermo, in attesa. Non so cosa sia rimasto, ma sento dei piccoli movimenti. Forse sono le larve che cominciano a prendere ciò che rimane di me. Tutto quello che è cresciuto ed è cambiato nel tempo ora è un cumulo di larve che si muovo frenetiche per nutrirsi e crescere.
Chissà se qualcuno mi troverà e chissà cosa troverà di me.
A volte non ho pensieri ma silenzio, poi improvvisamente mi accendo e penso a me in questo campo, a Joan e al coltello e sono sempre e solo questi i pensieri che riesco a sentire.
Adesso mi sento stanco, fa freddo. Mi fermo un po’ allora.
Se vedi un campo di mais con un enorme ulivo al centro vieni a cercarmi. Aiutami a smettere di sentire. Io sono Henry il marito di Joan, ucciso in una notte di maggio.