Caro datore di lavoro

Caro datore di lavoro,

Le scrivo questa mail per ringraziarla di quanto fatto per me in questi anni. Sono una persona corretta e adesso che me ne sono andata ho voglia di parlare, di dirLe tutto quello che ho taciuto per anni, perché ero solo una dipendente, la ruota di un carro che doveva  girare per portare profitto nelle sue tasche.
I miei primi ringraziamenti vanno alla sua educazione, quella sorta di idea che ha in germe nel cranio ma che non è mai riuscito a sviluppare, quella che fa dire la mattina ‘Buongiorno’ con un sorriso sincero e un ‘Come sta oggi?’ perché realmente ci interessa saperlo. L’educazione al buon umore in un posto di lavoro dovrebbe essere alla base di qualsiasi assunzione o di qualsiasi azienda che voglio crescere in modo sano.
La ringrazio per la dignità piegata, decomposta e poi bruciata il tutto per il profitto immediato e dannato. ‘Soldi subito, esseri umani chissà’ mi viene da pensare, ma forse esagero, forse ho capito male. Eppure ricordo con esattezza tutte le volte in cui sono stata trattata come un tavolino, spostata, adattata alla postazione e poi riempita di carta, una donna contenitore.
‘Siamo tutti nella stessa barca’ diceva Lei spesso, ma mentre io ero su una scialuppa di salvataggio, Lei sfrecciava su un panfilo e forse non era il detto giusto quello che ha usato.
Il rispetto questo sconosciuto, quello che leggeva nei  miei occhi quando La salutavo e che cercavo invano nei suoi mentre mi ignorava.
‘Bisogna puntare in alto’ diceva spesso e non si accorgeva che stava puntando dritto ai suoi dipendenti, fiaccandone la voglia di lavorare, collaborare e vivere in quell’ambiente malsano.
Un lavoratore felice produce di più è appurato, ma a noi piacciono i metodi tradizionali, non si è mai sentito di uno schiavo egiziano che portasse blocchi di pietra per costruire una piramide sorridendo. A noi piace la fatica, quella che ti fa sragionare, che ti consuma  e che ti porta ad essere quello che hai sempre detestato. A noi piace urlare senza motivo, e umiliare il sottoposto solo perché sta sotto, che se stesse sopra sarebbe ben diverso .
E allora facciamo di tutto per creare attrito, per farci detestare, il capo deve essere cattivo, come nelle favole. E allora come nelle favole invento un mondo migliore e me ne vado, senza affrontare il drago, io non voglio combattere non ne ho bisogno, la mia arma sono io con i miei pensieri e le mie convinzioni. Prendo la mia lunga treccia, la spada affilata la lascio a lei che sente il bisogno di ferire, e vado per la mia strada.
Lo sa anche lei come finiscono le favole vero?
‘E vissero felici e contenti’, non so lei, ma io sono felice e contenta di essermene andata. La favola è la sua adesso può anche continuare a raccontare, non so quante orecchie però ci saranno disposte ad ascoltare.

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