Mese: dicembre 2016

Caro datore di lavoro

Caro datore di lavoro,

Le scrivo questa mail per ringraziarla di quanto fatto per me in questi anni. Sono una persona corretta e adesso che me ne sono andata ho voglia di parlare, di dirLe tutto quello che ho taciuto per anni, perché ero solo una dipendente, la ruota di un carro che doveva  girare per portare profitto nelle sue tasche.
I miei primi ringraziamenti vanno alla sua educazione, quella sorta di idea che ha in germe nel cranio ma che non è mai riuscito a sviluppare, quella che fa dire la mattina ‘Buongiorno’ con un sorriso sincero e un ‘Come sta oggi?’ perché realmente ci interessa saperlo. L’educazione al buon umore in un posto di lavoro dovrebbe essere alla base di qualsiasi assunzione o di qualsiasi azienda che voglio crescere in modo sano.
La ringrazio per la dignità piegata, decomposta e poi bruciata il tutto per il profitto immediato e dannato. ‘Soldi subito, esseri umani chissà’ mi viene da pensare, ma forse esagero, forse ho capito male. Eppure ricordo con esattezza tutte le volte in cui sono stata trattata come un tavolino, spostata, adattata alla postazione e poi riempita di carta, una donna contenitore.
‘Siamo tutti nella stessa barca’ diceva Lei spesso, ma mentre io ero su una scialuppa di salvataggio, Lei sfrecciava su un panfilo e forse non era il detto giusto quello che ha usato.
Il rispetto questo sconosciuto, quello che leggeva nei  miei occhi quando La salutavo e che cercavo invano nei suoi mentre mi ignorava.
‘Bisogna puntare in alto’ diceva spesso e non si accorgeva che stava puntando dritto ai suoi dipendenti, fiaccandone la voglia di lavorare, collaborare e vivere in quell’ambiente malsano.
Un lavoratore felice produce di più è appurato, ma a noi piacciono i metodi tradizionali, non si è mai sentito di uno schiavo egiziano che portasse blocchi di pietra per costruire una piramide sorridendo. A noi piace la fatica, quella che ti fa sragionare, che ti consuma  e che ti porta ad essere quello che hai sempre detestato. A noi piace urlare senza motivo, e umiliare il sottoposto solo perché sta sotto, che se stesse sopra sarebbe ben diverso .
E allora facciamo di tutto per creare attrito, per farci detestare, il capo deve essere cattivo, come nelle favole. E allora come nelle favole invento un mondo migliore e me ne vado, senza affrontare il drago, io non voglio combattere non ne ho bisogno, la mia arma sono io con i miei pensieri e le mie convinzioni. Prendo la mia lunga treccia, la spada affilata la lascio a lei che sente il bisogno di ferire, e vado per la mia strada.
Lo sa anche lei come finiscono le favole vero?
‘E vissero felici e contenti’, non so lei, ma io sono felice e contenta di essermene andata. La favola è la sua adesso può anche continuare a raccontare, non so quante orecchie però ci saranno disposte ad ascoltare.

Q.B.

Q.b. è la formula magica in ogni ricetta, non è una dose calcolata, quanto basta è a piacimento così puoi creare, impastare e poi infornare a seconda del gusto.
Un pizzico a volte è sufficiente ma non è la stessa cosa, ‘quanto basta’ è non troppo ma neppure troppo poco, è quel tanto intricato per non lasciarti capire come fare, proprio come la vita.
‘Amami, ma non troppo né troppo poco che potrei soffrire’.
‘Quanto ti devo amare?’
‘Il giusto’
‘Quanto è il giusto necessario per non farti soffrire?’
‘Quanto basta’
E allora procedi a tentoni, ami come sai amare e cerchi la dose che faccia della tua ricetta qualcosa di mangiabile almeno, che questo ‘ quanto basta’ è troppo vago e ingannevole.
Vorrei poter quantificare, ma il Q.B. sfugge ad ogni dose esatta è come la matematica per chi non l’ha mai studiata, una materia ostica e irragionevole.
Allora mi concentro, cerco di creare qualcosa di personale, che abbia gusto e sappia far sentire amati, provo con delle dosi piccole e cerco un risultato per poi aumentarle a piacimento senza alterare il gusto che cerco.
Cominciamo con la pazienza, ne serve tanta, è meglio abbondare che il gusto non ne risente sicuramente.
Due dosi di follia ci stanno sempre bene e dico due perché sono certa che una non possa essere abbastanza.
La pelle è sempre necessaria in ogni cosa quindi la applico con cura che non si sa mai si possa sformare.
Ci metto il sesso che piace un po’ a tutti ma va ridimensionato, è solo un atto che ci trasporta, ma non è alla base di una buona ricetta.
I pensieri, di questi devo abbondare, sono come la farina nel pane, aiutano ad impastare.
Il desiderio di scoprire, viversi e tenersi vicini questo è fondamentale, come il lievito aiuta a crescere e bisogna metterlo al caldo per aiutarlo a non calare.
La forma, questo non importa è al sapore che devo stare attenta, posso scegliere qualsiasi forma di amore, è solo una questione di vista e l’aspetto in amore non è gran cosa.
Ci metto anche un po’ di rabbia che aiuta a tirare la pasta e a stare vicini nei momenti peggiori, la rabbia è uno stimolo e non va mai sottovalutata.
Non so se ci ho messo tutto, provo ad assaggiare, non sembra male e allora è tempo di infornare e lasciare che il tempo cuocia a dovere il mio impasto. Poi mi manca solo di invitarti a cena e sperare che ti possa piacere quello che ho cucinato. Non sono brava tra i fornelli, me la cavo più con le parole, ma per te stasera ho fatto uno sformato di amore.

Cosa non mi rappresenta

Non mi rappresenta quel modo un po’ infantile di condividere i pensieri altrui e cercare di convincermi a pensare qualcosa che non penso, perché ho i  miei di pensieri e non mi servono quelli riciclati, creati ad hoc per essere distribuiti in massa.
Non mi rappresenta l’amore patinato, quello delle foto al mare in cui siete abbracciati, in cui vi baciate appassionatamente per fa intendere al mondo qualcosa che al mondo non interessa. L’amore è un’altra cosa.
Non mi rappresenta l’odio  velato che prova a convincerti di avere un diritto e di poterlo negare a qualcun altro. Quello è il peggiore, la paura di perdere qualcosa che non è tuo, ma che supponi lo sia, crea mostri difficili da affrontare.
Non mi rappresenta chi osserva e non aiuta, chi fa foto e non si accorge del disagio che causa. Chi parla troppo e senza considerare. Chi ha poco da dire e tutti stanno ad ascoltare. Chi pensa di avere la soluzione ai mali dell’umanità e poi non sa neppure dove sia la sua di umanità. Chi tradisce un amico sincero, chi giura che sia vero e chi è convinto che osare sia il modo migliore per affrontare le cose.
Non mi rappresenta neppure chi vuole arrivare primo come se ci fosse sempre una gara, chi scherza troppo ed in ogni situazione perché sembra solo un coglione. Chi non raccoglie la cacca del cane perché penso che sia lui l’animale. Chi colpisce e nasconde la mano e chi accusa senza aver prima valutato.
Non so cosa mi rappresenti, forse il silenzio, l’ascolto e un sorriso che è sempre bello se portato con discrezione. Il resto lo lascio al tempo che è un buon maestro, un po’ esigente e stronzo spesso.

Ago e filo

Alcuni pezzi di stoffa diversi, un paio di rocchetti di filo sul tavolo ed un ago che non so dove sia finito. Devo metterci una toppa alla mia vita, a quello screzio avuto anni fa con una amica, al tempo che passa e non chiede ‘permesso’. Devo ricucire rapporti, relazioni e condizioni insopportabili ormai da tempo usurate. E allora filo, stoffa e ago, sempre che lo riesca a trovare. La toppa verde la metto su quella discussione interminabile che porto avanti da anni con chi pensa di sapere tutto e potermelo anche insegnare. Il verde è un colore acceso che da respiro e quindi potrebbe andare. Voglio cucire un bottone grande sulla bocca di quella ragazza che parla sempre e non si accorge che non è lei a produrre i suoni , ma sono i suoni che fuggono dalla sua bocca. Quella stoffa variopinta starebbe bene su un’amicizia trascurata, le darebbe vita, con tutti quei colori che si inseguono mescolandosi, si metterò lei e mi impegnerò a cucirla con cura in modo che non si strappi di nuovo. Una cerniera resistente me la devo cucire sul petto, perché alcune situazioni mi hanno colpita con forza e mi hanno indurito la pelle e allora una cerniera è la soluzione ideale, da aprire quando posso amare e chiudere se non è amore quello che batte forte. Mi serve una stoffa resistente per la rabbia, la devo contenere e non deve più uscire quando non voglio che lo faccia, il jeans è il tessuto giusto, forte e duraturo. Un piccolo filo bianco voglio cucirlo sulla spalla delle persone che amo, per poterle tirare a me quando mi mancano, quando le sento troppo lontane o anche solo per sentire ogni vibrazione che emettono, sarebbe l’ideale. Un piccolo bottone blu me lo cucirò sugli occhi in modo da non imbrogliare e non guardare dove non devo, indagando troppo a fondo e sentendo cose che preferirei evitare. Un paio di gancetti colorati li cucirò alle mie mani così da poter stringere con più forza ogni convinzione e non lasciare che la vita me le rubi ogni volta. Il filo nero lo userò per cucire le bocche che sanno solo far male, quelle che scuciono parole senza pietà e non si curano di chi le sta ascoltando. Con questo filo passerò più volte e alla fine quelle bocche saranno nere come le parole che feriscono senza motivo. E’ tempo di cucire, di muovere le mani, a me gli attrezzi del mestiere devo cominciare, tutto sta a trovare l’ago  che ama divagare, una fitta al fianco ed eccolo, trovato, la spina nel mio fianco è solo un ago.

Mi piace

Mi piace il mare, non quando è calmo e limpido, ma quando è mosso e terroso, mi piace immaginare quello che nasconde nel profondo. Mi piace il cielo quando è arancione, che l’azzurro è sputtanato. Mi piace il vento che mi sorprende all’improvviso, è come uno schiaffo forte che mi fa alzare la testa e osservare. Mi piace il verde negli occhi delle persone, il rosso sulle guance dei bambini, le rughe sulla fronte degli anziani. Mi piace ridere e camminare, mi piace piangere quando nessuno sta a guardare. Mi piace l’onda potente prima che si rompa, il faro che resiste e la morte che lambisce. Mi piace un uomo ormai perduto, un viso ormai quasi dimenticato. Mi piacciono le labbra morbide di chi è gioviale, mi piacciono le mani e chi le sa usare. Mi piace questo mondo, forse troppo e non mi voglio affezionare. Mi piace la solitudine che aiuta a creare, il caos che insegna a non disperare, il libro che mi guarda e vuole solo giocare. Mi piace il domani anche se non so mai se potrà arrivare, mi piace quello che è brutto perché sa insegnare, mi piace chi risorge con forza e urla disperato. Mi piace essere abbracciata quando  meno me lo aspetto, mi piace che qualcuno pensi a me anche se non lo posso immaginare, mi piacciono gli occhi che mi sanno sfidare. Mi piace il nero perché è la base, il colore perché lo strumento e la penna che è il finale. Mi piace aspettare silenziosamente, attendere che accada e non fremere agitata. Mi piace l’odio come motore, come sentimento che fa parte dell’amore, mi piace perché è onesto, perché fa paura a chi non lo sa dosare. Mi piace il pianoforte quando è malinconico, il violino quando urla stridulo ed il basso quando mi prende allo stomaco. Mi piacciono gli oggetti dimenticati che per caso un giorno scopri e t’innamori. Mi piace la carta, la colla e le forbici anche se non le so usare. Mi piace stare a guardare chi non sa di essere osservato. Mi piace tutto ciò che è naturale, libero e non frenato. Mi piace questa vita, sarà difficile lasciarla un giorno andare.