Mese: novembre 2016

Io voto Si

Io voto Si, a quello che mi fa sorridere, ridere e sentire viva. Voto Si, a chi non ha paura di osare, prendere e ridare indietro. Voto Si, ai bambini che giocano a pallone nel parco, agli anziani che si riuniscono a parlare, ai cani che corrono liberi di giocare. Io voto Si, alle parole in libertà, alle persone leggere, alle serate sincere. Io voto Si, agli amici che ti cercano, alle persone che inaspettatamente ti sorprendono, agli occhi nuovi che ti guardano. Voto Si, al sole di novembre, alle mani che si stringono, alle porte che si aprono. Io voto Si, a chi sa ascoltare, parlare e usare i congiuntivi, ma anche a chi sbaglia, non sa parlare e finge di ascoltare. Voto Si, ai palloncini che sfuggono e ai bambini che li inseguono, al fornaio che che la mattina riempie di profumo i vicoli deserti, alla donna che passa sola e non ha paura
Io voto Si, al mare che mi affoga, al cielo che mi incanta e al vento che mi porta. Io voto Si tanto per cominciare, poi continuo a vivere e vedo dove andare.

Il video citofono

Si, chi è? Ah. Mi scusi, non l’aspettavo proprio, sicura di aver suonato al campanello giusto?
Lo chiedo perché la signora del terzo piano ha un tumore, sicuramente cercava lei? No, cercava proprio me, che culo.
Scusi ma proprio non capisco, ho ventisei anni e mi sento benissimo, non mi sembra il caso di morire così su due piedi, le sembra carino?
Mi lasci almeno avvisare qualcuno, mica posso andarmene così, sarebbe maleducato. Mia madre poi ne morirebbe, scusi il gioco di parole.
Ha fretta, capisco, un sacco di campanelli a cui suonare oggi, lei è una stacanovista.
Mi lasci almeno prendere due cose. Non ne ho bisogno dice, non sia superficiale, lo sa come siamo fatte noi donne no?
Aspetti, ma fa freddo dove andiamo? Come non importa?
Guardi, io sono freddolosa e non vorrei passare l’eternità a battere i denti. No, non è questione di puntiglio è una necessità la mia, preferisco aver caldo che freddo.
Che dice, metto il piumone o la giacca di pelle?
Non sbuffi adesso, in ventisei anni ho costruito un’immagine e non è che lei ora può arrivare e farmi morire in mutande e vestaglia di pile. C’è gente che vedrà questo corpo inerme e cosa potrebbe dire? Che sono una persona sciatta? Non è carino mi creda.
Grazie, ci metto solo due minuti, che poi se levasse due minuti a quello che deve morire dopo di me non è che gli farebbe questo grande torto. Si fidi, di vita ne capisco un pochino anche io, sebbene ventisei anni suvvia, non le pare eccessivo?
No, io non voglio giudicare o pensare che la sua decisione arbitraria di togliermi tutto per un oscuro motivo sia sbagliata. Ma che cazzo, posso dirlo? No, le parolacce non si dicono lo so, ma tanto sto per morire a chi importa.
Senta visto che siamo a questo punto posso farle una domanda? Ma chi ha ucciso Pasolini? Come non lo sa. Scusi io non capisco proprio. Lei era lì, avrà bussato al finestrino della sua macchina no? Ecco, ha bussato e chi c’era con lui? Come non lo sa?
Lei vede solo le persone che stanno per morire? Quindi i vivi non li vede? Questa cosa non è che vada bene sa, ci sono alcuni vivi che la morte la meriterebbero per le azioni che compiono. Lei non mette in conto le azioni? E che cazzo. Oddio, scusi mi è sfuggito di nuovo. Ma una vita a non fare cose per evitarla e poi le azioni non contano.
No, scusi non volevo offenderla, ma sa, io sono una persona sincera e lei non è che sia proprio la donna più desiderata dagli esseri umani.
Noi siamo affezionati alla vita, ci piace sentire, ridere, fare l’amore e poi distruggerci, ma senza morire veramente.
Si, questa cosa che lei sia parte della vita l’ho già sentita dire, ma le confesso che nessuno ci crede. Suvvia, lei annulla tutto e noi dobbiamo credere che faccia parte della vita. La vita per noi è evitarla.
Guardi, devo ammettere però che lei non è brutta come la raccontano. Poi questo pantalone scuro e la giacca di pelle nera le dà un non so che di affascinante e sicuramente la slanciano. Anche se fossi in lei eviterei l’eye liner nero, fa così anni novanta.
Guarda, posso darti del tu? Tanto ormai siamo in confidenza. Se mettessi solo un filo di matita sugli occhi risalterebbe quel nero profondo, quell’assenza di pupilla e il viso sarebbe più luminoso.
Perché ridi adesso? Nessuno ti aveva mai dato tutta questa confidenza? Sono solo due chiacchiere in punto di morte.
Lo so, noi umani in punto di morte siamo noiosi? Però perdonaci, non è facile affrontarti con simpatia e leggerezza, credimi.
Allora, ho preso la giacca nera che mi sfina i fianchi, la sciarpa di lana,e gli occhiali da sole, così se mi toccasse il Paradiso almeno eviterei il mal di testa con tutta quella luce e se invece fosse Inferno andrebbe bene lo stesso. Credimi, non ho ambizioni per l’eternità, la prendo un po’ come la vita, con pazienza e rassegnazione a volte.
Scusa, una domanda, che tu sappia si rinasce? No perché in caso vorrei decidere un periodo in cui la morte ti manda un messaggio prima di arrivare, così giusto per organizzarmi meglio.
Si, ho capito abbiamo perso tempo e quello che deve morire non può più aspettare. Scendo subito, ma fai strada che solo tu sai dove andiamo. Ancora una cosa, posso portare il tabacco, una vita a cercare di smettere di fumare perchè fa male e tanto poi muoio lo stesso.
Scusa ma di cosa sto morendo esattamente? Come non importa. Importa tantissimo. Quando arriverò dove dobbiamo andare come pensi che io mi presenti? Ciao sono Aurora morta di non so cosa? Dai, dimmelo. Ormai non fa più paura.
Ah, non lo avrei mai immaginato. No, non ti preoccupare, è che fa un po’ male adesso. Si, forse avresti fatto meglio a tacerlo.
La morte ha sempre ragione, ora lo so.
Ma tutto mi sarei aspettata tranne che morire per mano di chi mi amava. Forse hanno ragione quando dicono che le donne sono stupide. Noi ci innamoriamo e non vogliamo vedere, noi ci illudiamo che tutto possa essere come ci dicono che sia e invece poi una mattina ti citofona la morte e scopri che sei morta perchè il tuo ragazzo ti amava così tanto da volersi prendere anche la tua vita.
Hai ragione tu, meglio non valutare le nostre azioni, altrimenti dovresti essere crudele e spietata e sarebbe eccessivo sai. Tu sei solo la morte, siamo noi quelli crudeli e spietati che ti accusiamo perchè non sappiamo sopportare il fatto di essere tutto tranne che umani.

Forse potrei

 

Potrei decidere di cambiare atteggiamento, o anche di cambiare prospettiva. Potrei indossare quel paio di pantaloni dal colore indefinito, blu o verde non ho ancora capito che colore sia, se non passassi poi ore a cercare di abbinare una maglia giusta. Potrei guardare più attentamente a volte e cercare di capire, se mi si riservasse lo stesso trattamento. Potrei anche decidere di fuggire, ma questo non è ancora contemplato. Potrei prenderti per mano e andare, se solo la tua mano fosse qui vicino. Potrei dire e pensare tante cose, ma poi il silenzio mi rapisce e la lingua non si muove. Vorrei, anzi potrei creare un mondo parallelo in cui lasciare tutti i miei sogni, ma poi ho paura di perdere la strada e non trovarli, allora li tengo sotto al letto per poterli almeno sognare. Potrei raggiungerti in chissà quale posto se solo tu volessi per una volta dirmi dove sei. Potrei avere più paura, ma poi mi faccio forza e la caccio in un posto ben nascosto, la paura non si conviene a una signora. Potrei lanciare ancora un sasso e aspettare che tocchi il fondo, se solo non sapessi che il fondo è troppo lontano per aspettare. Potrei perdermi in un parco se solo tutto non  mi indicasse la via d’uscita. Potrei anche smettere di parlare tanto sono pochi quelli disposti ad ascoltare. Potrei forse rendere le armi, se solo non avessi capito che la battaglia è quotidiana. Potrei lasciare al mio corpo solo un momento per riposare se non sapessi che il nemico aspetta solo questo per attaccare. Potrei volerti con tutto il corpo se non avessi paura di un desiderio troppo forte. Potrei essere coraggiosa ancora una volta, se non avessi la certezza che il coraggio a volte sia anche debolezza. Potrei volere ancora e ancora e ancora. Potrei mettere quei pantaloni dal colore indefinito, blu o verde non ho ancora capito, oggi non importa quale maglia abbinare.

Il mio cuore non ha testa

Due fili trasparenti che si incrociano per cucire lo strappo che mi fece la prima delusione. Un bottone grande al centro con una piccola asola per evitare che sia apra facilmente. Metri di stoffa rossa e blu per vene e arterie, ma di quella buona che non si consumi facilmente. Un piccolo orlo in fondo a destra, dove perde un pochino quando soffro e un rinforzo a sinistra dove sbatto quando troppo spesso mi innamoro.
Il mio cuore è di stoffa, un pupazzo mal cucito, resistente agli urti e polveroso.  Morbido cuscino, posto al centro del mio petto, il mio cuore è lì che osserva, pronto, sveglio e mal protetto.
Sa battere ritmi esorbitanti o tacere per periodi troppo lunghi. Decide, vaglia ma non ha testa e sbaglia spesso lasciandomi dolente.
Il mio cuore è un maschio alfa,  capo spietato, un orrendo dittatore ma è con lui che devo ragionare. Sceglie il tempo e anche la canzone, non da tregua e tutti lì a seguire, reni, fegato e cervello. Il mio cuore non ha testa, non sa proprio ragionare, mi abbandona in desideri, posti immensi per me creati, il mio cuore inventa e poi decide di cambiare lasciandomi lì come un idiota che vorrebbe solo riposare.
Il mio cuore è di stoffa, troppo tesa forse, un po’ sgargiante nel colore, lui decide ed io lo seguo, il mio cuore sa amare, forse troppo e non può andare. Se si strappa non importa, ho imparato anche a cucire.
Il mio cuore è lì che osserva sempre pronto a palpitare. Stoffa, bottoni, maschio alfa, o dittatore tutto è a portata di cuore. Lui decide senza avvisare.
Il mio cuore non aspetta, avanza piano e poi rincorre, al mio cervello non dà tregua. Non esistono parole per un cuore senza testa, non esistono altre stoffe per un cuore già cucito, strappato e troppe volte riparato. Allora ascolto battere una musica ormai nota, lascio che sia lui a comandare, del cervello cosa importa lui sa solo ragionare. Il mio cuore non ha testa e il mio cervello non ha cuore, ma ho solo questo e so dove andare.

 

Ti amo

Ti amo quando la mattina occupi il bagno per due ore. Ti amo quando dimentichi l’immondizia fuori alla porta e fingi di non averla vista. Ti amo anche quando durante la notte tiri le coperte e poi mi accusi la mattina di aver fatto male il letto. Ti amo, quando lasci il lavandino cosparso di dentifricio e non capisco con cosa  ti lavi i denti. Ti amo, quando sovrappensiero rispondi ad una domanda che ti ho posto nel 2011 e non capisci perché mi innervosisco. Ti amo, quando prendi appuntamento con gli amici e dimentichi di dirmelo e sulla soglia di casa mi metti anche fretta. Ti amo, quando scopro che ci sono cose che non mi hai detto e che ormai sono di pubblico dominio. Ti amo, quando con un cenno non capisci cosa voglia dirti e tu con una strizzata d’occhio mi hai già fatto incazzare perché ho capito più di quello che vorresti dirmi. Ti amo, quando litighiamo e racconti tutto agli amici e poi mi accorgo che mi prendono anche per il culo. Ti amo quando fai la doccia e cammini con i piedi bagnati per casa e non capisci quale sia il problema. Ti amo quando mi compri la crema spalmabile e non ricordi quanto mi faccia schifo la crema spalmabile. Ti amo come quella volta in cui ti dissi ‘lo vuoi un caffè’ e tu sorpresa non ti aspettavi che te lo avrei portato veramente. Ti amo, come quando scappammo in macchina per nessun luogo ma tanto non ci importava. Ti amo è tutto quello che ho scritto sopra è poca cosa, ma me la pagherai un giorno.

Hai ancora paura del buio?

‘Non farmi domande difficili, sai mettermi sempre in difficoltà. Lo sai che non amo parlare della mie paure, è più facile scherzare e nascondere i pensieri dietro ad un sorriso. Che poi, scusa, a chi importa di cosa io abbia paura? Come se le cose potessero cambiare una volta dette. Spesso è più facile tacere, fingere di non volere, di non capire. Tu pontifichi, ti erigi a  giudice in un tribunale da cui non potrò che uscire condannata. No, non risponderò alla tua domanda, non questa volta. Il solo fatto che tu l’abbia posta mi ha scossa e lo sai. Sempre spietato, diretto e preciso. Qualità che ho sempre apprezzato è vero, ma concedimi stavolta di non spiegare, cercare, solo affondare.
Posso aggrapparmi ancora a te?
Posso sentire la tua forza ancora una volta?
Lascia che io sia debole, solo questa volta. No, lo so che hai fatto tanto per rendermi forte, dura, la donna che sono, ma ci sono frazioni, piccoli attimi in cui vorrei mollare, concedermi un istante per stare da sola e guardare, solo guardare.
Non puoi proprio lasciarmi cadere? Non fa male, ne sono sicura, mi posso rialzare. Ma la tua mano è lì che mi spinge, non cede e non vuole.
Di questa forza ne vogliamo parlare? Quarant’anni di scuola severi, mi hai fatto cambiare, crescere sì, anche migliorare , ma vorrei piangere, imparare ad urlare anche se hai detto che devo sempre lottare.
‘Hai ancora paura del buio?’
Secco e deciso, il tuo volto mi fissa ostinato, non accetti che fugga.
Ho paura del silenzio profondo, dell’assenza incolmabile, del vuoto che provo a riempire, del suono che sbatte frenetico sulle pareti bianche di alcuni ricordi che fuggono. Ho paura di me, di te e di tutti quelli che mi si avvicinano famelici in attesa di un boccone da strapparmi e da ingurgitare. Ho paura di ieri, oggi e domani, dell’assenza della tue mani, del desiderio che non tace e dell’ombra vorace. Ho paura dei sogni bugiardi che sanno di me più di quanto io sia pronta a capire. Ho paura del giorno e della notte quando vorrei solo che il tempo si fermasse un secondo, concedendomi un briciolo di calma apparente. Ho paura del buio, sì perché tu sei il buio, la luce che manca, la porta che chiusa mi ferma lo sguardo, il freddo che violento mi prende alla gola, il pianto che mi hai insegnato a cacciare ma che torna deciso e vuole gridare.

Cos’ho nella testa

 

Due ragni che tessono una tela intricata che intrappola pensieri agitati. Un tappo di capodanno 1995 o forse era il ’96, anno in cui decisi che non avrei più festeggiato il capodanno, non capendo il senso di tanta confusione disordinata e umorismo forzato. Due lettere di un alfabeto che non conosco, ma che conservo perché ‘non si sa mai’ forse un giorno capirò. Il viso di un uomo, ma chi sia non lo scriverò perché è troppo intimo e doloroso ancora. Quella risata senza fiato che feci un pomeriggio di agosto seduta in macchina con una donna che amai in fretta e poi, altrettanto in fretta, dimenticai. Un dado, che ad ogni tiro si gira sempre sulla faccia del sei, seconda persona singolare del verbo essere, ma spesso è più un numero che un verbo. Un colore denso ed intenso che si spalma a volte tra le pareti del mio cranio e mi impedisce di vedere altro, forse è quella che si chiama rabbia, ma per me rimane un colore. Un numero interminabile di parole che si rincorrono, nascondono e poi precipitano giù lungo il viso e si poggiano sulle labbra, pronte ad accogliere chi voglia ascoltare. La paura, fumosa, veloce ed assassina, che blocca ogni gesto insensato, ogni atto avventato facendo di me una persona eccessivamente controllata. Un suono morbido e delicato, che ricorre spesso portandomi pace e lasciandomi inerme, sfiancata. Quel pallone arancione che sbattevo sul muro a dieci anni e che continua a sbattere nella mia testa ricordandomi un tempo passato. Un sasso spaccato al cui interno intravedo delle piccole luci, forse un futuro a cui tendere, forse un semplice caso all’interno di un sasso spaccato. La parola ‘Io’ che vola veloce e si posa ogni tanto mettendosi al centro e  sfidando il mio sguardo.
‘Io, cos’ho nella testa?’.
E’ troppo confuso, non riesco a capire, forse è follia o una gran confusione. E allora decido di non ascoltare, basta cercar di capire. Abbasso lo sguardo e mi fisso le mani, vuote e nodose, con le vene pulsanti, piene di spazio e pronte a tenere, forse è con loro che conviene parlare.