Mese: ottobre 2016

Nella media

In media sbaglio dieci o venti volte al giorno. In media me ne accorgo solo dopo che l’errore è già irreparabile. In media sono una persona comune con un lavoro nella media. Il primo errore è quello che conta, quello che definisce la mia giornata sbagliata. Il primo errore è spegnere la sveglia per rubare quei dieci inutili secondi di sonno. In media arrivo tardi al lavoro, il capo si incazza, i colleghi mi disprezzano ed il mio lavoro non ne risente affatto. Mediamente lo faccio ogni mattina, questo è il principe di ogni errore. In media dimentico di chiamare mia madre che puntualmente si arrabbia e protesta, ma la mamma non rientra tra gli errori che fanno media, lei mi ama nonostante questo. Dimentico i compleanni di amici e parenti e questo si che fa media, mi fa essere quella che ‘Ma che lo hai detto ad Elena? Allora se l’è dimenticato’. Ma anche gli amici un po’ mi vogliono bene, nonostante la ricorrenza faccia media anche loro perdonano. In media fumo dalle dieci alle quindici sigarette al giorno ed i miei polmoni non perdonano, ma che ci posso fare se sono una persona dedita al vizio. Io mi affeziono ad ogni sigaretta, quella della mattina che mi aiuta a capire perché sono ancora viva, quella dopo i pasti che mi ricorda di farmi il caffè perché altrimenti il sapore della sigaretta non sarebbe lo stesso e quella della sera che chiude la giornata e mi accompagna a letto. Si, forse potrei fumarne solo tre, ma allora non riuscirei ad essere una tabagista nella media. In media mi arrabbio spesso, ma ho deciso che questa della rabbia non deve più rientrare tra le cose che fanno media ed ho scoperto così di potermi arrabbiare di meno. Una donna vive in media più di un uomo, ma siamo sicuri che io possa rientrare in questa media? No perché tutto fa statistica a questo mondo, ma i casi presi singolarmente sfuggono facilmente dagli studi e io mi sento più un caso singolo che una componente di questa media che mi dovrebbe rendere longeva. In media decido spesso la cosa più sbagliata e poi non me ne pento neppure. Questa è la più bella scoperta che io abbia mai fatto in quaranta anni di vita, l’errore è bello e allora si che ‘errare’ fa media e mi innalza un pochino. Mediamente scrivo un sacco di sciocchezze, ma se fate una media di quello che ho scritto finora avrete una descrizione completa e non mediata di chi io sia.

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La sottile linea

C’è una sottile linea che separa ogni cosa. C’è una sottile linea che mi separa, io, me, la stessa di sempre e quella che a tratti non riconosco. C’è qualcosa di poco razionale nella separazione con cui presto o tardi faremo i conti. Separare per poter ordinare, conoscere e capire. Separare perché la totalità delle cose poco si addice alla semplicità dell’essere umano. Io separo, distinguo, riordino con cura e poi mischio improvvisamente perdendo il senso di tutto. Linee che diventano curve, parallele che non si vorrebbero incontrare si stringono in abbracci perpendicolari, tangenti che si  intersecano a piani obliqui che si ritrovano in perfetto equilibrio. Separo inutilmente, razionalizzo poco efficacemente, mi impegno inutilmente. E allora fluire invece di separare, lasciarsi trascinare dalle correnti che spingono violente senza tentare di arrestare la corsa. Travolgere quelle sottili linee inefficaci di separazione, distruggere le dighe che abbiamo costruito per non allagare, senza rimorsi. Sono solo sentimenti che si susseguono disordinati e che non vogliono essere separati.

Vostro Onore

‘No, Vostro Onore non ho nulla da aggiungere, perché aggiungere non va sempre bene, comporta l’aumento di qualcosa che è già oneroso e poi non ho ben capito se questa aggiunta possa andare o meno a mio discapito. Lei mi fissa Vostro Onore, quasi cercasse nel mio silenzio una traccia di colpevolezza, la stessa che ha anche lei da qualche parte. Possibile non si senta in colpa per nulla, non ha mai fatto qualcosa di disonesto, un gesto un po’ troppo esplicito, un’amante da qualche parte, un parcheggio sbagliato? Allora lei è Santo Vostro Onore, perché non credo esista essere umano senza colpe, togliendo il peccato originale che ci marchia come bestie sin dalla nascita.
Ah, lei non è cattolico, forse neanche io lo sono ci sto ancora pensando, ma sa com’è, le cose della vita di tutti i giorni sono spesso più urgenti della religione. Lei crede nella Dea Giustizia? Allora crede negli Dei, tipo Cupido, Marte e compagnia bella?
No, mi scusi lei , non avevo afferrato l’ironia nelle sue parole. Questa signora Giustizia, con la G maiuscola, è una gran bella donna concordo con lei, ma come tutte le belle cose funzionano solo in apparenza, poi appena se ne fa un uso più complesso crollano, forse perché noi non siamo destinati alla bellezza. Come dice? Lei crede nella bellezza.
No, io non sono una estimatrice della bellezza, preferisco la complessità che si manifesta in forme inaspettate, proprio come il mio caso da lei tanto egregiamente analizzato e giudicato. No, non è ironia  la mia è constatazione. Mi fa questa domanda sapendo forse cosa risponderò. Ebbene la giustizia, con al g minuscola per me, è solo uno strumento creato per portare un ordine in un caos meraviglioso a cui siamo destinati, per debolezza congenita, a soccombere.
Lei non capisce vero? Neppure io, sebbene sappia che la Giustizia poco abbia  che fare con l’umano sentire e vivere. Controllo e democrazia, si forse ha ragione ci deve essere una strada comune da seguire, ma forse bloccare tutte le strade che si possono intersecare rende il percorso poco affascinante non crede. No, lei non crede, fatta eccezione per la sua affascinante Dea,  allora Vostro Onore non ho nulla da aggiungere, anche se vorrei chiederle di provare a cambiare Dea ogni tanto. Se non le viene niente in mente provo a consigliarle io qualche Dio.
Il Caos in primis, vedrà che troverà molto più ordine e raziocinio nell’assenza di regole precostituite. La Morte, che ci riporta alla terra da cui sembra sempre i nostri corpi vogliano fuggire e infine l’amore, ma non quello sputtanato da poeti e scrittori. Amore è il tempo giusto per fare le cose, amore è la forza dosata per non distruggere, il peso giusto per non affaticare. Non l’ho convinta vero? Va bene così Vostro Onore, non aggiungo nulla come ho detto prima. Sono stanca di cercare di aggiungere in un contenitore già pieno. Colpevole va bene, non si preoccupi, la sua Dea sarà soddisfattissima e lei stanotte dormirà sogni tranquilli.
No, non ho paura delle sentenze, siamo abituati sin da piccoli a soccombere ai giudizi e uno in più non modificherò nè il mio umore nè il mio carattere. La ringrazio Vostro Onore, l’assenza di sentimenti per un anno mi sembra una pena più che ragionevole.
Su, non faccia così, è scritto che chi troppo sente e non tace debba essere punito. Perchè fa così adesso, le assicuro che non è un grande dolore non sentire nulla per un anno, anzi riposare i miei sensi potrebbe essere un modo per migliorare.
Lei non può aggiungere, questo lo sappiamo entrambi, allora firmi la mia sentenza e porti a casa la Giustizia che sembra stanca e pallida e magari stasera a letto se non riuscite a dormire provate a stare in silenzio e a sentire senza regole. Si Vostro Onore, chiudo io la porta quando esco. Arrivederci

Tempo

La porta che sbatte, le scale a due a due, il portone ed il vento freddo sul viso. Strisce pedonali di corsa, senza guardare né a destra né a sinistra. Un passo veloce, un bus che passa pigro, un’altra folata sul viso e le mani che lentamente si raffreddano. E’ corto il tragitto come il fiato, come i pensieri che si rincorrono. Un bar ed il calore ristoratore che esce sul marciapiede, un negozio chiuso, un portone e la ragazza con il cane che tutte le mattine incontro alle sei e un quarto. Chissà se anche lei si accorta che ci incontriamo tutte le mattine a quest’ora. Uno sguardo veloce ai suoi vestiti, la sciarpa verde, il cane arruffato e curioso. Bianconiglio è forse tardi anche per me? Ma non guardo l’orologio, so esattamente che ore siano. Ho dimenticato qualcosa mi ripeto ossessivamente, ho dimenticato qualcosa, ma ormai non importa. Rallento, quasi mi fermo, quasi mi viene in mente cosa ho dimenticato, ma nulla e allora riparto. Una macchina parcheggiata davanti ai cassonetti, una fontana da cui non esce acqua da tempo e il semaforo, quello inutile che serve solo a farti perdere tempo. Passo con il rosso, tanto non c’è nessuno. Un rumore improvviso, uno scatto istintivo è solo il solito stronzo che suona il clacson inutilmente la mattina presto, mi sono anche spaventata. Arrivo al lavoro presto come sempre, con il fiatone quasi fossi una eterna ritardataria, mi guardo intorno e non c’è nessuno. Ogni mattina corro al lavoro non perché sono in ritardo, ma per godermi la solitudine di una banchina deserta per qualche minuto.

Lascio

Io nella vita lascio correre. Lascio correre quello che ha fretta di arrivare, forse perché non ama ciò da cui parte, lascio correre quello che si sente forte, perché non c’è niente di più temibile della debolezza. Lascio correre i miei pensieri senza sapere dove andranno, tanto sono loro a guidare. Lascio correre chi ha paura e scappa e sa che in fondo è da se stessi che si fugge. Io nella vita lascio correre e quando riesco lascio anche andare, perché tenere costa fatica e in fondo non è nella natura delle cose. Andare fin dove si riesce e non correre che poi ci si stanca presto e si dimentica di osservare. Correre verso qualcosa che non è detto debba venire verso di me non ha senso, è solo fatica sprecata in una direzione sbagliata. Lasciare è un buon accordo, io lascio e tu se vuoi prendi, tanto quello che ho mi basta, quello che è in più è solo un peso da portare e sopportare. Io nella vita lascio correre ma se vuoi accostati e lasciamo insieme.

Giovedi’

E’ la terza mattina di seguito che è la terza mattina di seguito e sono sicura ce ne saranno altre. E’ il terzo caffè di seguito che brucio e che bevo disgustata ed ho la certezza che ce ne saranno altri bruciati. Preparo l’ennesima sigaretta, fatta male e di corsa, e mi preparo a quello a cui non sono mai abbastanza preparata da quarant’anni a questa parte, quarantaquattro per l’esattezza. Un giovedì a caso di un mese qualunque si accende e mi aspetta e non è educato far aspettare qualcuno. Scendo le scale veloce, mai prendere l’ascensore quando si ha un appuntamento con il giovedì, potrebbe bloccarsi e farti incontrare un venerdì e non è proprio la stessa cosa. Apro il portone e siamo io ed il mio giovedì mattina appena stirato e profumato. Come due sconosciuti ci avviamo verso un bar qualunque per un caffè, che sia buono almeno questo, offro io come sempre. Un’altra sigaretta per me dato che lui non fuma, si dice che la domenica fumi la pipa, ma è solo una voce forse. Ci si avvia insieme al lavoro raccontandoci cose che forse solo un sabato sera poco sobrio dovrebbe sentire. Ridiamo silenziosamente e ci raccontiamo, lui ha un’ottimo senso dell’umorismo e lo sa e quindi gioca con me e mi mette alla prova, forse non sa che sono riuscita a far ridere di me anche il lunedì, notoriamente dotato di pessimo senso dell’umorismo. Le macchine ci scorrono accanto precipitandosi in luoghi che hanno fretta di essere popolati. I nostri corpi sono vicini, si sfiorano, quasi io e il giovedì fossimo la stessa cosa. Mi confessa che sarebbe voluto nascere martedì ma è un giovedì ed ha dovuto adattarsi. Non capisco, anche io avrei voluto essere altro ma non lo confesso ad una persona che vedo solo una volta alla settimana. Ci vuole confidenza e lealtà per raccontare alcune cose, anche perchè spesso noi non le sappiamo finché non le diciamo, quasi che prendano vita una volta espresse. Quindi oggi ho un giovedì che sarebbe voluto essere un martedì, fingo comprensione ma non parlo. Dopo alcuni passi il giovedì rallenta e mi osserva serio. Ci fissiamo per qualche istante e poi capisco, cazzo oggi è mercoledì ed è tutto sbagliato di nuovo.

‘Appena possibile sarò’

‘Appena possibile sarò da lei’ ha detto distrattamente due ore e ventisette minuti fa. Sono qui che attendo, forse ho capito male, non è che ha detto ‘Appena credibile sarò da lei? Allora l’attesa sarebbe giustificata, non si può essere credibili in due ore e ventisette minuti, ci vuole più tempo, ci vuole anche molto impegno essendo la prima volta che ci vediamo. Attendo paziente e ripenso al suono di quella voce, e se avesse detto ‘Appena appetibile sarò da lei?’ L’appetibilità richiede una certa intesa, un interesse comune e anche dei gusti simili, nonché una certa fame che, dato il periodo, non manca mai. No, sono quasi sicura che abbia detto ‘Appena possibile sarò da lei’, ma il quasi è un’arma bianca affilata, taglia silenziosamente e recide all’improvviso. Due ore e ventisette minuti sono molte se si aspetta, molto poche se si desidera, sono niente se si vive. Forse dovrei rivedere il concetto di tempo applicato alle varie situazioni, perché tutto è così mutevole? Anche l’attesa nel tempo varia al variare di ciò che si aspetta. Aspetto, ho deciso di darle una possibilità e di credere in ciò che ha detto. ‘Appena fattibile sarò da lei’ potrebbe aver detto questo e allora, amica mia, stai facendo di tutto per me e l’attesa è solo un piccolo incidente di percorso che  non ostacolerà le nostre vite. Sono fatta al novanta per cento di dubbi e la memoria non mi aiuta, si diverte a scherzare con l’udito e a sovrapporre suoni e parole trasformandoli in una ragnatela in cui rimango impigliata. ‘Appena possibile’ ha detto e se non lo fosse mai? Forse è destino, alcune possibilità non rientrano nel nostro sebbene noi si faccia di tutto per includerle. ‘Sarò da lei’ da me? Come se ci conoscessimo un pochino, anche se ‘da lei’ suona un po’ formale, dovremmo conoscerci meglio signorina. Due ore e ventisette minuti sono troppe per un ‘appena’ un ‘possibile’ ed un ‘da lei’. Mi allontano e cerco un altro ristorante dove qualcuno sia da me in meno tempo e non mi inganni con suoni e parole ben confezionate, questo si che è possibile.