Le parole con la P

Le parole con la P sono preziose, sanno dire e non dire, fendere e aspettare.
Le parole con la P puntano dirette all’obiettivo con perseveranza e lo centrano precisamente.
Di queste parole ce ne sono alcune che preferisco, altre invece fanno solo male.
‘Piangere’ è quella che evito per non far vedere al mondo che sono fatta come tutti quanti.
‘Piangere’ la temo quasi fosse un nemico, ma in fondo so che è una di quelle parole a cui non so rinunciare.
‘Perché’ è quella più usata, all’inizio o alla fine di una frase, a volte anche in mezzo.
‘Perché’ è una parola amica che unisce e semplifica a volte, a meno che non nasconda. Dietro a una domanda a volte ci sono cose che dovrebbero rimanere ignote.
‘Perché’ è il centro, il perno attorno al quale sembra girare il mondo. Non è la risposta il punto a cui si tende, ma è la domanda la cosa più importante.
Ho imparato a domandarmi più che a domandare, colleziono Perché dentro a cassetti, scatole e pagine che chiudo in attesa di avere un Perché migliore.
‘Pazienza’ è una parola difficile, ci vuole forza per pronunciarla.
‘Pazienza’ è quel sogno a cui devi rinunciare, quell’attesa in cui ti ritrovi a pensare cosa non abbia funzionato.
Pazienza’ è una parola definitiva, che chiude il capitolo di un libro che volevi assolutamente finire.
‘Pazienza’ e ti ritrovi a ricominciare di nuovo una strada che volevi dimenticare.
‘Pazienza’ la porto ovunque io vada, non si sa mai, mi potrebbe servire.
‘Pagare’ è una parola che fa veramente male.
‘Pagare’ è distruttiva. Non sono i soldi il vero scambio, quanto i valori, le speranze e i desideri. Ma a chi importa quello che perdi, l’importante è che tu abbia qualcosa da scambiare. Devi pagare non ci sono vie di mezzo, devi dare qualcosa a qualcuno e anche in fretta altrimenti non ti accettiamo.
‘Pagare’ non è umano, eppure sembra sia l’unico modo per sopravvivere
Pago con le mie speranze che lascio nella mani di qualcuno ogni giorno, pago con la rabbia che non fa altro che male e pago con ogni sorriso che non riesco a fare.
Pago ma a nessuno sembra importare.
Padre è la più importante, quelle che alla fine devi lasciare andare perché è la vita.
Padre è l’inizio di un viaggio insieme, lungo ora so esattamente quanto e che è finito.
Padre è una parola che tengo tra i denti perché non scivoli mai via, che ripeto la notte perché mi aiuti a ricordare quello che ho condiviso con chi è dovuto andare via di fretta.
Padre, piangere, perché, pagare, pazienza sono queste le mie parole con la P.

 

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Il mio stomaco

In fondo allo stomaco ho un posto dove chiudo le cose. Un nastro verde che mi ricorda un’amica, a volte lo accarezzo cercando di ricordare. Una piccola matita spuntata, può sempre servire. Un cerino, un filtro, una cartina e un pizzico di tabacco per i momenti peggiori. Un dubbio che non mi lascia dormire e che si spande ogni sera, dileguandosi la mattina. Un pezzo di me che ho paura di incontrare e che ho spinto in fondo sotto tutte le cose, perché è bene che io cresca prima di affrontarlo ancora. Un sogno che non entrava nel cassetto e che è proibito sognare. Un paio di forbici spuntate, di cui amo il rumore che fanno aprendosi e chiudendosi. Una biglia colorata che rotola veloce incastrandosi tra le cose e portando su dal fondo quello che avevo dimenticato. Un odore ormai perduto di mani grandi che sanno accarezzare e calmare ogni paura, quell’odore lo devo curare e tenere lontano per non farlo svanire. Un colore marrone con una punta di nero che mi fissa aspettando di essere preso. La mia infanzia dimenticata, che ho paura di non trovare in mezzo a tute le cose che ho messo lì dentro. Quello che vedo e che non vorrei vedere, quello che amo e non riesco ad esprimere, quello che temo e che fa sempre male e quello che sarò e che non è dato sapere. In fondo allo stomaco ho un posto dove chiudo le cose e non importano i pugni, io le so contenere.

Le illusioni

Vi verrei anche incontro, se solo non andaste nella direzione opposta, accecati dalle parole e dalle promesse. Potrei anche tendevi la mano se solo non foste impegnati a tenere strette le vostre convinzioni e ad evitare enormi ostacoli che siete sicuri non esistano. Vorrei che capiste, usando il cervello e non solo le orecchie, che chi urla non ha niente da dire. Vorrei vostra madre fosse dell’est e le vostre figlie sulla stessa macchina su cui hanno messo la Bordini insultandola. Potrei aiutarvi a capire che l’essere umano, donna o uomo che sia, ha il diritto di esistere e di essere rispettato. Ma poi vi guardo inseguire gli slogan e ammassarvi convinti di essere migliori, portatori sani di una verità che nessuno conosce e allora vi lascio lì, perché rispetto anche le vostre illusioni. Ma non cercate di convincermi, non provate a parlare di onestà e giustizia quando anche voi in fondo sapete che di onesto e giusto c’è ben poco. Vi osservo e un po’ mi dispiace che le belle parole di cui vi riempite la bocca vengono distorte ad uso e consumo del momento. Le vostre illusioni hanno l’unico potere di crollare di fronte alla vostra assenza di lungimiranza.

Quello

Quello che penso non necessariamente lo voglio condividere, perché a volte non è chiaro neanche a me. Quello che ho dentro lo tengo stretto, perché la luce poi ne cambia il senso e chi lo vede potrebbe non capire. Quello che amo lo nascondo sotto sotto e nessuno riesce a vederlo, tanto quello che amo non interessa poi così spesso. Quello che odio lo domo ogni mattina, che già a colazione sussurra fastidioso e mi rovina le giornate. Quello che importa è soggettivo e allora lo tengo in tasca e lo accarezzo passeggiando con il mio cane. Quello che so è così poco che mi sento piccola e fragile e vorrei solo riuscire ad irrobustire queste spalle che di peso ne sanno sopportare. Quello che ho è ininfluente, conta veramente poco. Quello che sono non l’ho mai capito ma continuo a lavorarci, chissà un giorno potrei sorprendermi piacevolmente. Quello che valgo non lo voglio sapere, che non sono disposta a prezzare e vendere questa volta. Quello che leggo negli occhi delle persone, quello si che conta e non me lo voglio dimenticare.

La scatola

‘Scendi da quell’albero’
‘No, non scendo
‘Se cadi poi ti dò il resto
‘Io non cado’
Così cominciavano tutti i litigi con mia madre, lei che cercava di tenermi calma e io che calma non volevo stare.
Il gioco che amavo di più era cercare pietre e oggetti e poi quando li trovavo li custodivo gelosamente, nascondendoli da lei che me li buttava. Aveva il brutto vizio di sistemare le cose, tutto aveva un ordine prestabilito e quel tutto includeva anche e sopratutto me e le mie cose.
Avevo tante scatole in cui nascondevo pezzi di filo elettrico, biglie colorate, sassi dalle forme strane e pietre spaccate che dentro nascondevano piccole venature brillanti. Ogni scatola aveva un posto segreto ed ogni posto segreto sapeva di doversi nascondersi da mia madre.
Le mie scatole preferite erano quelle dei biscotti, erano ampie e c’ entravano molte cose. Cercavo con cura un nascondiglio in camera mia sperando che mamma non lo trovasse, ma di solito lei lo trovava. Una volta feci una mappa, immaginandomi un pirata che deve nascondere il suo tesoro e mamma un crudele generale che vuole rubarlo. Il generale sconfisse il pirata.
Non sapevo che fine facessero quelle scatole, forse le prendeva e le nascondeva in camera sua e allora di nascosto andavo in camera e le cercavo, provando a non farmi scoprire. In camera sua non ho mai trovato nulla.
Un giorno la spiai e mi accorsi che le mie scatole finivano direttamente nell’immondizia, neanche le apriva. Mi arrabbiai, piansi, tutta la fatica per trovare quei tesori e lei buttava via tutto senza neppure guardare cosa ci fosse dentro.
Mia madre non mi capiva, mi nascondevo nel mobile dei giocattoli e piangevo ogni volta che non trovavo una scatola. Lei non sapeva e non voleva sapere quello che avevo trovato, non le interessava.
Un giorno mi svegliai e sentii mia madre e mio padre in cucina che litigavano.
‘Mi fai schifo’ urlava mia madre
‘Tu mi hai intossicato la vita’ rispondeva mio padre
Rimasi nel letto spaventata, non era la prima volta che li sentivo, ma questa volta era diverso, erano urla che mi scuotevano e mi facevano paura. Rimasi immobile cercando di capire dai rumori quello che stava succedendo. All’improvviso la porta di casa si chiuse in modo violento e poi silenzio.
Mi alzai dal letto e andai in cucina, trovai mia madre seduta al tavolo che fissava la finestra, stava nevicando. Svanirono le urla, la preoccupazione e la paura, stava nevicando e io volevo andare a giocare.
‘Mamma posso uscire?’ chiesi, ma lei non mi sentiva
‘Mamma, posso andare a giocare?’ dissi di nuovo. Si voltò a guardarmi e stava piangendo. I bambini piangono pensai, non i grandi.
Quel pensiero durò un baleno
‘Vai a vestirti’ rispose mamma
Mi preparai e poi corsi in giardino. Era dicembre e la neve aveva coperto tutto, i gradini del palazzo, il cancello e le auto nel parcheggio di fronte. Avevo la sensazione che i miei occhi si dovessero ingrandire per comprendere quella distesa bianca. Nessuna macchina passava, nessuna voce adulta dalle strade, ma solo le urla di bambini che giocavano. Gli odori erano spariti, l’aria era fresca e pizzicava nel naso, i rumori erano soffici. Anche se ogni dicembre nevicava, i miei occhi e la mia mente non riuscivano ad abituarsi a quel repentino cambiamento.
I miei tesori cambiavano con la neve, foglie cristallizzate, piccoli blocchi di ghiaccio che imprigionavano un insetto o se ero particolarmente fortunata trovavo una piuma gelata.
Non vidi papà per giorni
‘Papà non viene a cena?’ chiedevo a mamma
‘No, ha da lavorare’ rispondeva sorridendomi
Lo chiesi molte volte finché capii che papà non sarebbe tornato e smisi di chiederlo.
Cominciai ad ascoltare le conversazioni di mamma al telefono con nonna.
‘E’ tornato a Napoli da quella’ diceva mamma
‘Non gliene frega nulla di Martina, come glielo spiego, ha solo sei anni’ continuava, ma io sapevo che papà mi voleva bene e a ‘quella’ come la chiamava mamma non poteva volergli più bene che a me.
Mamma cambiò lentamente, diventò silenziosa, seria e distratta e smise di buttarmi le scatole. Nonna veniva spesso a casa e si mettevano sedute al tavolo della cucina a parlare. Nonna si prendeva cura di me, mentre mamma stava sempre al tavolo e guardava fuori dalla finestra.
Una mattina tornai da scuola e trovai la nonna con un dottore
‘Mamma ha la febbre?’ chiesi
Non mi risposero, corsi in camera da letto e trovai mamma nel letto al buio.
‘Mamma?’ chiamai, ma non mi rispose
Mi avvicinai al letto, mi accarezzò una guancia
‘Cos’hai mamma?’ chiesi
‘Sono solo stanca’ mi disse e provò a sorridere, ma non era il suo sorriso vero.
Mamma non si alzò dal letto e nonna venne a vivere con noi.
Depressione sentì dire da nonna al telefono a qualcuno. Non sapevo cosa fosse, ma era la cosa che faceva stare mamma a letto, al buio e in silenzio.
Volevo aiutare mamma e cominciai a passare il mio tempo in camera con lei. Prima in silenzio mi stendevo vicino a lei e le raccontavo le cose che mi succedevano, poi imparai a giocare al buio, in silenzio per non disturbarla.
Cominciai ad aiutare nonna, facevo la spesa, pulivo la mia stanza, riordinavo i miei giochi, forse mamma si sarebbe alzata un giorno ed avrebbe visto quanto fossi cambiata. Crebbi molto in quell’anno e smisi di raccogliere i miei tesori e di nasconderli dentro alle scatole. Il tempo passava e mamma sembrava un giocattolo dimenticato sul letto. Cominciai a leggere libri, avevo bisogno di non sentire la paura di mamma in quel letto. Poi decisi che volevo leggere a mamma quelle storie, che forse le sarebbero piaciute e si sarebbe alzata.
Un giorno pulendo la mia stanza trovai una delle mie scatole. E allora tutto mi fu chiaro. Capii all’istante quello di cui aveva bisogno mamma, aveva bisogno di una scatola per i segreti
Corsi in camera da letto, mi sedetti su una sedia vicino a lei ed aprii la scatola
‘Questo è un pinolo mamma, ma se lo guardi bene c’è una piccola apertura, ho visto qualcosa uscire da quel buco. In questo pinolo ci vive qualcuno. Io l’ho preso perché sto aspettando che venga fuori’.
Mamma mi guardava seria
‘Questo sasso era incastrato nella ruota di una macchina, l’ho salvato che altrimenti si sarebbe rotto’
‘Questa invece è una biglia magica, guarda mamma, se la fai girare queste linee di colore si piegano’ e feci girare la biglia sulla mia mano
‘Lo vedi che cambia?’
‘Mamma guarda, questo non è un sasso come tutti gli altri, è spaccato e dentro ci sono i colori, i sassi non sono colorati ma questo quando c’è la luce fa i colori. Posso accendere la luce mamma? Così lo vedi’ chiesi
Lei annuii e accesi la luce
‘Guarda, se lo muovo fa i colori, li tiene nascosti di solito, ma quando si rompe i colori vengono fuori. Forse è un sasso di un altro pianeta’
Gli occhi di mamma seguivano i movimenti del sasso
‘Questo è un filo colorato che ho trovato dopo che un signore era venuto ad aggiustare la corrente. Guarda è rosso e duro e se lo pieghi rimane piegato, potrebbe servirci per legare qualcosa. Non i miei capelli, ma qualcosa che dobbiamo legare’
La mia scatola era vuota adesso. E allora dissi:
‘Questa scatola non mi serve più mamma, ho tirato fuori i miei tesori, ora puoi metterci i tuoi se vuoi’
Mamma mi sorrise con il suo vero sorriso e mi guardò. Piangeva e rideva insieme. Mi prese il viso tra le mani e mi baciò.
‘E’ ora di alzarsi Martina’ disse

Non ho paura

Io non ho paura di non essere felice, ho abbastanza forza per continuare a credere che la felicità sia dove ancora non ho cercato. Non sento il peso del tempo che passa anche se il mio corpo continua a ricordarmi che non sono più quella di una volta, ma poi arriviamo ad un accordo in cui io fingo di non vedere e lui cerca di non farmi sentire troppo. Non credo alle voci che urlano, alle parole che volano, ai presidenti che si insediano con sorrisi  stentati, alle idee giuste che crollano dopo tanta fatica per farle affermare. Io non ho paura, cammino e penso al mio piccolo domani in cui farò quello che ritengo giusto e cercherò di correggere ogni inevitabile errore. Sbagliare è nel nostro DNA , ma anche accettare e correggere l’errore fa parte di noi, anche se sembra tutti lo abbiano dimenticato. Non c’è vergogna nell’errore, ma ce n’è fin troppa nel fingere di non vedere. Non siamo così umani come vogliono farci credere, siamo l’esperimento fallito di uno scienziato mediocre.

Umani resti

La terra non è fredda come dicono, adesso che la sento lungo tutto il corpo capisco che fredda non è l’aggettivo giusto. La terra è morbida, penetrante e pizzica. La sento che mi formicola intorno, quasi avesse vita propria. La terra si muove lungo il mio corpo immobile e non è muta, ha un suono.
Minuscole zolle si spostano franando una sull’altra e creano dei suoni quasi impercettibili, come di ovatta strappata.
Sono qui disteso da giorni ormai e continuo ad aspettare che qualcuno mi trovi. Eppure qualcuno si dovrebbe essere accorto che manco.
Avete mai avuto la sensazione che il vostro corpo sia diverso da come lo avete sempre pensato? Io ve lo posso confermare. Il mio corpo si sta decomponendo e non riesco neppure a vederlo. Sono immobile in questo campo di mais e sento la trasformazione.
Sentire è una parola sottovalutata, è vedere quella su cui basiamo la nostra esistenza e quando non vedi non sei abituato a credere. Ma io sento con forza questa trasformazione e nella mia immobilità ho dovuto credere.
Il corpo è la somma dei gesti, delle sensazioni e dei movimenti.
Le mani.
Le mie mani sono la prima cosa a cui penso. Le sento distanti, immobili, vittime di una staticità innaturale. Le mani sono la parte del corpo a cui sono più legato. Sono loro che hanno stretto il corpo di Joan la prima volta che l’ho tirata a me e l’ho baciata con forza, con il desiderio che ormai incontrollabile batteva dentro facendomi male. Le mani hanno toccato quella pelle bianca, ritrosa eppure così vibrante. Le hanno sfilato la maglia e hanno preso i seni sfiorandoli delicatamente come petali di una margherita. Poi sono scese veloci fino alla sorgente e si sono dissetate.
Joan è precipitata ed io con lei. Le mie mani mi hanno guidato lungo le strade di quel corpo, me lo hanno fatto conoscere, prendere e possedere.
Il possesso è delle mani e adesso che sono immobili io sto perdendo ogni cosa.
Le mie mani con il tempo hanno imparato ad abbattersi sul viso di Joan quando discutevamo. Non hanno mai esitato, hanno urlato la loro forza e si sono opposte, hanno lottato per affermare ogni mio pensiero. Hanno afferrato Joan e l’hanno spinta a terra perché non potevo permetterle di dire quelle cose su di me.
Sempre fedeli queste mani, sempre attente a stabilire l’ordine quando il caos si è avvicinato. Pronte a difendere questo mio corpo.
Il petto.
Il mio petto non alterna più vuoto e pieno, adesso è statico e si gonfia lentamente riempiendosi di umori.
E’ su questo petto che Joan pianse quando le chiesi di sposarmi. Le diedi l’anello e promisi di amarla per sempre, ma per sempre è solo una parola vuota che non definisce un tempo, riempie uno spazio lasciando molte vie di fuga.
Per sempre le dissi sull’altare e dopo pochi mesi ero in un altro letto con una ragazza conosciuta per caso. Non pensai assolutamente a Joan, ma al mio corpo che desiderava quella donna conosciuta in un bar. Su questo petto si scagliarono i pugni di Joan quando seppe che l’avevo tradita, le sue mani mi afferrarono il collo e tentarono di soffocarmi, ma una donna minuta come lei non poteva certo fare del male a me che sono alto e robusto. La allontanai con disprezzo, non voleva capire le mie esigenze di uomo e continuai a frequentare anche l’altra donna.
Le cose tra me e Joan cambiarono, mi fissava piena di rabbia, i lividi che portava addosso, frutto dei suoi maldestri tentativi di ferirmi la facevano sembrare un buffo uccellino colorato
Gli occhi.
I miei occhi non ci sono più, sento il buio delle cavità orbitali. Erano liquidi e il sole di queste giornate di maggio li ha asciugati. Non vedo da tempo e mi sto abituando a questo buio.
Si dice che quando si sta per morire tutta la vita ti passi davanti, a me non è passato nulla davanti. Ho sentito con lucidità il mio corpo allentarsi e poi lasciarsi andare.
L’ultima immagine che ho visto è stata la mano di Joan sporca del mio sangue. Ho visto quel coltello affondare nel mio stomaco. Ho fissato quella mano dura che lo spingeva con rabbia e poi ho cercato gli occhi di Joan, ma lei non guardava me, lei era in quel coltello e nella mia carne aperta.
Hai vinto Joan, hai preso un coltello ed hai finalmente vinto. Nessuna altra discussione, nessuno schiaffo o pugno sul tuo viso, il coltello ha tagliato quello che non riuscivi a fermare. Netto, lucente nella sua lama ben affilata ha dato una fine a quello che non volevi più.
Non so se ho provato dolore, è stato troppo improvviso e veloce quello che è successo. Mi sono stupito, si l’aggettivo giusto è stupito. Joan, la placida Joan che mi uccide. La donna che non riusciva neppure a darmi uno schiaffo nei momenti di rabbia e che piangeva silenziosa in un angolo dopo che l’avevo percossa. Questa piccola donna ha avuto il coraggio di sfidare questo corpo e di terminarlo. Non si conosce mai abbastanza una persona, è vero.
La pelle.
La mia pelle continua a mandarmi scampoli di sensazioni. Eppure sono morto da tempo. Non so per quale motivo ma sento la terra che si muove, l’immobilità del mio corpo, il freddo della notte ed il calore quando il sole è alto. Sento anche quello che sta succedendo dentro al mio corpo. Ogni organo è fermo, in attesa. Non so cosa sia rimasto, ma sento dei piccoli movimenti. Forse sono le larve che cominciano a prendere ciò che rimane di me. Tutto quello che è cresciuto ed è cambiato nel tempo ora è un cumulo di larve che si muovo frenetiche per nutrirsi e crescere.
Chissà se qualcuno mi troverà e chissà cosa troverà di me.
A volte non ho pensieri ma silenzio, poi improvvisamente mi accendo e penso a me in questo campo, a Joan e al coltello e sono sempre e solo questi i pensieri che riesco a sentire.
Adesso mi sento stanco, fa freddo. Mi fermo un po’ allora.
Se vedi un campo di mais con un enorme ulivo al centro vieni a cercarmi. Aiutami a smettere di sentire. Io sono Henry il marito di Joan, ucciso in una notte di maggio.